Tempo fa, durante un corso sul comportamento del cane, il relatore citò un interessante studio sulle dinamiche psicologiche interne ad alcune associazioni di volontariato impegnate nel “salvataggio” di cani vaganti. Secondo quanto emerso, l’attivazione nei volontari di schemi disadattivi precoci — modelli mentali che si sviluppano solitamente durante l’infanzia o l’adolescenza, che influenzano negativamente il modo in cui una persona percepisce sé stessa, gli altri e il mondo — possono compromettere la comprensione dei reali bisogni degli animali è l’efficacia degli interventi messi in atto.
La citazione si inseriva in un discorso più ampio sull’osservazione di una realtà molto diffusa, quella dei cani randagi che, pur vivendo fuori da un contesto domestico, avevano sviluppato competenze adattive tali da garantirsi un’esistenza autonoma nell’ambiente in cui si trovavano. Animali perfettamente in grado di gestirsi, di relazionarsi in modo selettivo con l’ambiente umano e di mantenere un equilibrio. Eppure, una volta prelevati — salvati, secondo i volontari impegnati nell’attività — e trasferiti altrove, spesso in contesti urbani del tutto inadatti a loro, questi cani vedevano compromessa la propria qualità della vita. Di riflesso, anche quella delle famiglie adottanti ne risultava danneggiata, tradendo le aspettative sulla convivenza con un cane.
Questa forma di intervento, che si presenta come atto altruistico, rivela in realtà una matrice profondamente egocentrica: non risponde ai bisogni reali dell’animale, ma a quelli emotivi dell’essere umano. È un volontariato disfunzionale, quello che non analizza la situazione oggettiva ma agisce sulla base di un’interpretazione antropocentrica e spesso distorta del concetto di benessere.
Ne parlano anche figure autorevoli del mondo cinofilo. Esiste un video toccante di Ivano Vitalini, che racconta la parabola di questi cani del Sud Italia, trasferiti nelle città del Nord, dove finiscono per vivere esistenze di sofferenza, isolamento e incomprensione. Lungi dall’essere una salvezza, quel trasferimento diventa una condanna.
Confesso che tutto ciò mi turba profondamente. Mi addolora il pensiero che creature in equilibrio, capaci di vivere senza dolore, vengano sottratte al proprio contesto e costrette a una vita di disagio e che al contempo intere famiglie si trovino a convivere con animali che non riescono a comprendere né a gestire, alimentando sentimenti di inadeguatezza, frustrazione e impotenza.
Il punto è che tutto questo nasce da un’incapacità — o da una resistenza — a stare al proprio posto, a rispettare i limiti della propria azione. Alcuni individui mascherano sotto l’etichetta del volontariato un bisogno impellente di gratificazione personale, un desiderio di validazione che nulla ha a che fare con l’aiuto autentico. Quello che fanno non è aiutare: è alimentare il proprio ego, a scapito di altri esseri viventi.
E questo, personalmente, lo trovo intollerabile.
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