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Il blog di Oreste Patrone


Quel saluto romano di troppo

Capita ancora, troppo spesso, di assistere alla scena in cui figure istituzionali o mediatiche, esponenti di spicco del mondo dell’economia e della politica, eseguono il cosiddetto saluto romano. Ogni volta, si scatena un’ondata di indignazione, soprattutto da parte di chi riconosce in quel gesto un tentativo, più o meno consapevole, di sdoganare simboli e pratiche legati a uno dei periodi più bui e tristi della nostra storia. Dall’altra parte, c’è chi minimizza.

Il saluto romano non è un gesto neutro – non lo è mai stato. È un gesto identitario. Chi lo compie, che ne sia consapevole o meno, sta dicendo che si riconosce in quel simbolo e che riconosce l’altro – a cui è rivolto il saluto – come simile a lui.

Alla caduta del regime fascista seguì una stagione segnata dalla guerra civile e da atroci episodi di giustizia sommaria. Quello che mancò fu una riflessione collettiva e profonda su ciò che il fascismo aveva rappresentato: i suoi crimini, le sue responsabilità, le sue radici culturali e sociali. L’amnistia del 1946 sancì, di fatto, la rimozione del passato in nome della pacificazione nazionale. Molti esponenti del regime conservarono ruoli di potere nella burocrazia, nella magistratura, nelle forze armate e nella vita pubblica. Il risultato fu un oblio selettivo, utile alla stabilità del Paese ma devastante per la memoria storica. L’Italia chiuse troppo in fretta la pagina del fascismo, lasciando aperte molte delle sue ferite e quando le ferite non si curano, si trasformano in nostalgie o negazioni.

Tutto questo ha prodotto un’eredità ambigua e irrisolta. Una parte del Paese fatica a fare i conti con quel passato: rinnegarlo rischia di generare fratture interne, ma rivendicarlo è inaccettabile. Il risultato è una zona grigia, dove molto viene sdrammatizzato, ridotto a gesti nostalgici, bravate adolescenziali – so’ ragazzi! – e mere provocazioni. Questa ambiguità si riflette ancora oggi nei discorsi pubblici, che evitano di chiamare le cose con il loro nome, nella retorica politica che flirta con la simbologia senza assumersene il significato [e la responsabilità]. È un’ambiguità che intorpidisce la memoria e alimenta un revisionismo strisciante e molto pericoloso.

Ma minimizzare non aiuta, né aiuta cercare rifugio nell’indignazione. Se vogliamo davvero superare questo nodo storico, dobbiamo riconoscere che il fascismo è esistito, ha avuto consensi, ha prodotto disastri e che quei simboli – come il saluto romano – non possono essere trattati come semplici oggetti del passato. Si tratta di capire, elaborare e fare i conti con quella storia. Non è questione di appartenenza politica. È una questione di maturità collettiva.

Il saluto romano è un’affermazione, non un malinteso. Sta a noi decidere se continuare a girarci dall’altra parte o affrontare finalmente ciò che quel gesto rappresenta. Non per punire il passato, ma per liberare il nostro futuro da un peso.

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Tesla and SpaceX CEO Elon Musk gestures as he speaks during the inaugural parade inside Capitol One Arena, in Washington, DC, on January 20, 2025. (Photo by ANGELA WEISS / AFP)


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