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Il blog di Oreste Patrone


Il filo invisibile

Alcuni giorni fa, durante una passeggiata con Kyra, riflettevo sul fatto che tutte le nostre esperienze hanno un inizio e una fine. Quella passeggiata, per esempio, è finita nel momento in cui siamo rientrati a casa. Questo stesso articolo a un certo punto finirà. Sembra ovvio, banale persino, eppure non smette mai di sorprendermi la facilità con cui frammentiamo la vita in sequenze comprese tra un prima e un dopo, parentesi aperte e chiuse. 

Mi chiedo cosa tenga insieme tutte queste parentesi. Mi è venuta in mente l’immagine di una collana: non sono le perle, da sole, a darle senso ma il filo che le unisce, che non si limita a raccogliere elementi sparsi ma li trasforma in qualcosa di nuovo e unitario. Senza quel filo, non avremmo altro che una manciata di eventi separati, rotolati fuori da ogni forma, una successione di episodi privi di un legame. 

Non c’è dubbio che le esperienze siano distinte tra loro. Lo sono per tipo, per luogo, per intensità e per durata. Tuttavia, se osservo più da vicino, mi accorgo che questa è qualcosa che introduciamo noi nel tentativo di mettere ordine, di dare una struttura a ciò che per sua natura è fluido. È la stessa cosa che accade con i numeri reali, che gli sono elementi di continuità tra due intervalli contigui. Così, anche nella nostra vita, tra un’esperienza e l’altra non esiste mai un vero vuoto. Siamo noi a disegnare linee di confine, ma non c’è una vera discontinuità. Credo che il punto sia come sempre la consapevolezza.

Non credo nella simultaneità e ancor meno nel cosiddetto multitasking. La vera continuità non sta nella sovrapposizione, ma nella profondità. Nell’immergersi davvero in ciò che c’è, anche quando è piccolo, anche quando è solo un gesto quotidiano come camminare con il cane nei campi. Perché allora la passeggiata con Kyra non finisce davvero al rientro a casa. Finisce come evento visibile, certo, ma non come esperienza. Resta nel corpo, nel pensiero che la racconta. Resta anche in questo articolo, che non è qualcosa di altro rispetto a quel cammino: ne è la prosecuzione, la forma che prende quando il passo si fa parola.

La continuità non sta nei fatti, ma nel modo in cui siamo presenti a noi stessi mentre li viviamo e non è mai data una volta per tutte. Deve essere cercata, costantemente, ed è un impegno che non cessa mai. Ma quando la troviamo ci accorgiamo che non siamo mai stati davvero dispersi. Eravamo solo in cerca del filo che ci tenesse insieme.

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