di Andrea Olivieri
Se sei un seguace della scena musicale alternativa, se sei un vero musicofilo che bazzica per vinili in cerca di qualche pezzo che non può in nessun modo mancare alla tua collezione personale (roba tipo la prima edizione datata 1967 di quel misconosciuto gruppo beat americano senza il quale è praticamente impossibile capire l’Estate dell’amore), allora anche per te esiste il tarlo dei “dischi di cui ci si dovrebbe vergognare e che però ci piacciono lo stesso”.
Il mensile italiano specializzato in musica underground “Rumore”, più o meno la Bibbia di ogni appassionato di alternative rock, ha dedicato a questo tema un corposo servizio nel numero di gennaio. Si tratta di quei dischi per i quali il sedicente esperto preferisce non sbandierare mai abbastanza il suo apprezzamento. Dischi vittima dei pregiudizi di un’epoca, troppo disimpegnati, troppo indulgenti nei confronti della moda del momento, o in qualche modo percepiti come poco “fighi” sul piano dell’estetica musicale alternative, oppure al contrario, troppo fighetti e in linea con il gusto delle masse. Lavori, insomma, in qualche modo accompagnati da pessima fama, o comunque capaci di rovinare la reputazione di ogni cultore del rock inteso nel suo senso più radicale e underground.
Nel mio piccolo ho i miei dischi della vergogna pure io, roba del passato di cui spesso vado in cerca tra i nice price: i Duran Duran di “Rio” e “Arena” ad esempio, gli Spandau Ballet e il new romantic in generale, ma anche qualcosa di più trash come i Sigue Sigue Sputnik e i Manowar, o di boomer come i Pooh, o di nazionalpopolare come gli 883 e Jovanotti, quello degli esordi, quando tenta di rappare come uno scemo con il berrettino girato in testa. Sono band di cui non parlo mai e che ascolto in modo carbonaro, quasi di nascosto da me stesso.
Il fatto è che tutti i dischi e tutta la musica di un’epoca ne sono anche una forma di rappresentazione, come un caleidoscopio in cui è possibile vederne in frammenti l’immaginario. E ogni volta che ascolto questi dischi non posso fare a meno di trovarvi qualcosa di nuovo, di immaginifico, di futuribile. Più che tornare indietro a un momento della mia strepitosa adolescenza, rivivendo come una madeleineodori e sapori di quel periodo, penso a come in questi dischi, pur nella loro estetica troppo pacchiana, o pompata, o mainstream, o deteriore, vi fossero le intuizioni di un futuro che in quel momento poteva solo essere presentito, ma che poi è stato davvero, e che in qualche caso si è addirittura inverato nel tempo presente della nostra contemporaneità. Ed è questo in realtà ciò che interessa gli appassionati e tutti coloro che un certo tipo di musica non si limitano a fruirla, ma amano farci attorno della sociologia: capire in che modo un disco ci parla del suo tempo. Sotto questo profilo tutti i dischi e tutte le band hanno pari dignità, perché sono momenti in cui le generazioni hanno interpretato lo stare al mondo dell’epoca specifica in cui sono state giovani. Da questo punto di vista, quello della collocazione di un disco non solo dentro la sua epoca, ma come presentimento del futuro, tutta la musica è interessante, e in questo senso c’è da imparare anche da alcune opere un tempo snobbate.
Prendiamo ad esempio il Bruce Springsteen ruspante, testosteronico e un po’ cafoncello di Born in the Usa, quello con la bandiera americana e il fondoschiena del Boss in copertina, tanto per intenderci. Il settimo disco del catalogo del Boss mi colse nella calda estate del 1985, un anno dopo la sua uscita, nei miei quattordici anni, quando avevo appena iniziato a estasiarmi con le atmosfere soffuse e rarefatte di dischi new wave ed esistenziali come The Unforgetable Fire degli U2. Con quell’uso così bombastico delle tastiere, i pomposi arrangiamenti di synth e le batterie roboanti, Born In The USA è un disco carico e pieno di singoli spacca classifiche quanto bastava ai tempi per farmi gridare all’orrore. Gli arrangiamenti troppo “non si esce vivi dagli anni Ottanta”, la produzione iper radio friendly e plasticosa, l’uso massivo delle tastiere, pomposità e levigatezza ovunque, Born in The USA è il classico disco per le masse. Lo sapevo allora e lo so adesso. Ovviamente lo snobbai a lungo. Ma un paio di decenni dopo, complice un articolo uscito sul “New Musical Express”, eccomi lì, eretico, a ballare Glory Days, il pezzo forse più contagioso del repertorio di Springsteen, una canzone di cui continuavo a ignorare le parole, ma di cui ormai intuivo il giro d’organo: una sorta di calcio in culo che avrebbe fatto ballare anche il più acerrimo nemico del divertimento. E, a proposito di intuizioni del futuro, proprio in questi giorni, pieno di indignazione per lo schifo che l’ICE sta combinando in Minnesota, quando ho bisogno che qualcuno mi racconti una certa America, quella semplice fatta di baseball, di Cadillac, di ragazze irraggiungibili con cui ballare nell’oscurità, di meccanici e operai al lavoro dalla mattina alla sera e di rock’n’roll band che si esibiscono nel bar vicino casa, abbasso la puntina su Born in The USA e, dimentico di alcuna vergogna, vado giù di air guitar senza alcuna dignità. Il Boss, uno dei migliori collanti sociali che l’America sia mai riuscita a inventare, nonostante o forse proprio grazie ai suoi inni per le masse danzanti.

Andrea Olivieri, goriziano, si è laureato molto tempo fa in filosofia all’Universi tà di Trieste, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Estetica con una tesi sulla natura dell’immagine e sull’immaginazione nella filosofia moderna. Ha pubblicato articoli di ricerca filosofica su riviste di settore. Professore di Filo sofia e Scienze umane presso il Liceo delle scienze umane “S. Slataper” di Gorizia, ascolta e vive rock’n’roll da quasi mezzo secolo.


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