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Il blog di Oreste Patrone


L’uomo che non poteva perdere

Quando penso ad Apollo Creed, non me lo immagino mai coi guantoni e i pantaloncini a stelle e strisce, ma in giacca e cravatta, davanti ai microfoni di una sala stampa, che sorride e controlla la scena come un anchorman. Accanto a lui, un dimesso e silenzioso Rocky Balboa, che non sembra lo sfidante al titolo dei pesi massimi ma uno che passava di lì per caso ed è stato tirato dentro per fare numero.

Chi non è nuovo della saga del pugile di Filadelfia sa che l’incontro con Apollo nasce come operazione di marketing, è un espediente per trasformare la difesa del titolo in una favola patriottica cucita addosso alla figura carismatica di quest’ultimo. In quella costruzione a Rocky non è richiesto di avere spessore, perché la sua funzione è puramente strumentale alla narrazione del campione.

Alla conferenza stampa, Apollo tratta Rocky con superiorità.
Non c’è odio, solo la certezza che la storia sia già scritta. Il problema di Apollo non è che sottovaluti Rocky sul piano tecnico, ma che non riesca nemmeno a immaginare che un uomo come lui possa metterlo in crisi. La sua autostima è diventata un sistema chiuso dentro il quale entra solo ciò che la conferma. Nel primo film, questa sicurezza è spettacolare, quasi seducente, perché Apollo è il campione moderno, mediatico, consapevole della propria grandezza. Rocky è l’ombra che sale dai margini e porta con sé un’idea diversa e pericolosa del ring, pericolosa perché troppo vicina al suo modo di stare al mondo. È anche ciò che resta di un’epoca legata all’immaginario bianco e proletario che aveva dominato per decenni il mondo del pugilato, prima che l’affermazione dei grandi campioni afroamericani cambiasse per sempre il volto dei pesi massimi e spostasse altrove il centro simbolico di quel mondo. Rocky è un uomo abituato a resistere, a incassare colpi che, come dirà al figlio molti anni dopo, nessuno sa tirare forte quanto la vita, e non farà altro che ripetere quello che già conosce: restare in piedi fino alla fine, anche quando sarebbe più semplice lasciarsi andare.

È qui, su questa resistenza inaspettata, che la sicurezza di Apollo s’incrina. Il match si allunga e Rocky non vuole saperne di andare giù. Lo sguardo di Apollo cambia, l’ironia si spegne e affiora qualcosa di più duro. Per la prima volta nella sua carriera, il campione deve fare i conti con un limite che non aveva previsto. Nel secondo capitolo, quel limite diventa una ferita aperta, perché Apollo non sopporta che si metta in discussione la sua vittoria e non accetta che si dica che Rocky sia il vincitore morale del match. 

La campagna per la rivincita è aggressiva e più Rocky resta in silenzio, più sottrae alle provocazioni del campione, più Apollo alza il tono. Non può lasciare la narrazione incompleta, deve chiuderla e deve farlo a modo suo, deve dimostrare che l’ordine non è stato infranto da quell’incidente di percorso. 

È in questo momento che la sua figura diventa interessante.
Apollo è un uomo che ha legato la propria dignità alla performance e al riconoscimento pubblico. Finché vince, la rappresentazione regge, ma quando la vittoria non basta più resta scoperto e reagisce irrigidendosi, alzando la voce, cercando conferme invece di fare spazio al dubbio. 

La sua morte in Rocky IV contro Ivan Drago finirà per semplificare il personaggio e per trasformarlo in un simbolo, coprendo con il sacrificio finale le ambiguità dei primi due film, ma proprio quelle ambiguità sono il punto più interessante della sua storia, perché parlano di quanto sia fragile un Io che non è mai caduto e che non ha imparato a perdere. 

In questo senso, Apollo non è soltanto l’antagonista di Rocky. È un monito contro i rischi legati all’identificazione con il successo e alla dipendenza dal riconoscimento esterno. Un successo che è una costruzione luccicante ma dalle fondamenta fragili. È forse per questo che, quando penso ad Apollo Creed, continuo a immaginarmelo davanti ai microfoni della sala stampa, sorridente e pieno di sé, convinto di governare una storia che, in realtà, ha già iniziato a sfuggirgli di mano. 

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