MinimiTermini

Il blog di Oreste Patrone


Questa volta, no

L’articolo di oggi è, per certi versi, un non articolo. Non perché mi manchino le idee, ma perché non sono riuscito a portarle a compimento nel tempo che preventivato. Avevo pianificato, come faccio sempre, con un certo anticipo. È una disciplina che mi sono dato e che negli ultimi mesi ha funzionato come un orologio svizzero…

Tra l’altro, ci avete fatto caso che certi cliché, come questo, sono ormai scomparsi da internet? In un’epoca segnata dall’imperversare dei modelli linguistici, il cliché un tempo aborrito è diventato uno degli indicatori più attendibili di scrittura umana e, in quanto tale, guardato quasi con benevolenza laddove un tempo avrebbe guadagnato solo disapprovazione.

Comunque, dicevo, una disciplina basata su un sistema organizzato di bozze, revisioni, articoli accettati settimane — a volte mesi — prima della loro pubblicazione. Da fuori si vede una continuità che sembra naturale. In realtà è costruita, non senza fatica, e tuttavia non basta.
Negli ultimi giorni mi sono dedicato ad altri lavori, testi destinati a riviste che hanno richiesto più tempo del previsto. Ieri pomeriggio ho consegnato un contributo alla Rivista DGA che mi ha impegnato molto, e nella revisione di quel lavoro sono finiti quasi tutto il mio tempo e le mie energie settimanali.

Succede più spesso di quanto sia disposto ad ammettere.
La scrittura, anche quando è un piacere, resta un’attività che richiede tempo, attenzione e l’onestà intellettuale di tornare sui propri passi quando è necessario. Mi accorgo, magari a ridosso della consegna di un articolo, per puro caso, perché durante una conversazione emerge un dettaglio che ho trascurato, perché leggo qualcosa che mi fa riconsiderare quanto ho appena scritto, che è necessario riprendere in mano il testo.
Allora riapro il file e lo riscrivo.
Poi non mi piace e lo riscrivo di nuovo.
E poi lo riscrivo ancora, sperando che sia l’ultima volta. 
Intanto il tempo passa.

La settimana scorsa sono riuscito a mantenere l’impegno domenicale anche grazie all’aiuto di Giuseppe, che ha scritto un articolo bellissimo che vi invito davvero a leggere se non l’avete ancora fatto.
Questa volta, no. 
Questa volta devo prendere atto che la mia pianificazione ha fallito.

Su Minimi Termini ho scritto più volte della distanza tra ciò che immaginiamo e ciò che riusciamo a fare davvero, tra l’aspettativa che costruiamo su noi stessi e la realtà.
Oggi su quella distanza ci ho scritto questo articolo.

Dirlo così, senza attenuarlo troppo e senza cercare scuse, mi sembra il modo più corretto per restare dentro questo spazio. Perché se questo luogo ha un senso per tanti, non è quello di mostrare una continuità perfetta, ma di restituire, nei limiti del possibile, una forma di verità.

Siamo anche ciò che non riusciamo a finire, ciò che rimandiamo, ciò che ci sfugge mentre cerchiamo di tenerci insieme. Posso fare solo quello che riesco. E magari provare a farlo un po’ meglio la prossima volta.

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