“Tanto basta, una goccia di paura, per cagliare l’amore in odio.”
James M. Cain, La morte paga doppio
I lettori meno giovani ricorderanno certamente la sitcom Casa Vianello. Era una rappresentazione in chiave comica della vita domestica e di coppia di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Era tutto finto: l’appartamento, i vicini, il portiere e la domestica, persino Sandra e Raimondo. I protagonisti non erano infatti loro due in quanto persone reali, erano personaggi che ne assumevano il nome, l’aspetto e una versione verosimile dello stile di vita, costruita e regolata interamente dalla finzione televisiva.
Il pubblico rideva, si riconosceva, talvolta dissentiva. Ma tutto restava saldamente confinato entro il perimetro della rappresentazione. Nessuno pretendeva di entrare davvero nella loro vita. E, soprattutto, nessuno pensava di averne il diritto.
Negli ultimi anni, sui social si è diffusa una tendenza diversa. Molte coppie dello spettacolo hanno iniziato a costruire e condividere siparietti comici domestici. In molti casi la distinzione tra recitato e reale è evidente, ma accanto a questi momenti costruiti compaiono sempre più spesso finestre sulla loro vita privata. Ed è proprio qui, a mio avviso, che si apre la frattura col passato e, con questa, lo spazio per la presente riflessione. Una cosa è offrire contenuti comici sfruttando il fatto di vivere insieme e di avere talento, un’altra è permettere che la propria vita diventi essa stessa intrattenimento.
È una nuova forma di spettacolo, basata sul racconto quotidiano della vita privata di persone famose, che decidono di aprire le porte della loro casa e invitano il pubblico a entrare. All’inizio sembra un gesto innocuo, persino generoso: mostrare la normalità, smontare il mito di una vita perfetta, farsi vedere come tutti. Ma è proprio qui, secondo me, che si annida il primo equivoco. Se fai entrare qualcuno a casa tua non stai più solo raccontando: stai gettando le basi di un rapporto. Il pubblico smette di sentirsi spettatore e inizia a percepirsi come parte in causa, pensa di avere voce in capitolo sulle tue scelte. Non si limita a guardare ma partecipa, commenta, giudica, suggerisce. Si sente autorizzato a farlo.
Questa distinzione sempre più sfumata tra realtà e finzione, alimentata dalle continue incursioni nel quotidiano di queste persone, diventa pericolosa in un contesto segnato da una diffusa incapacità di riconoscere ciò che è reale da ciò che non lo è. Lo abbiamo visto in modo drammatico quando Fabio De Caro, l’attore napoletano che interpretava Malammore nella serie Gomorra ricevette minacce e insulti per azioni compiute dal suo personaggio. Per un certo pubblico, la vicinanza risponde in realtà a un bisogno di possesso simbolico dell’oggetto dell’ammirazione e con questo bisogno cresce anche quello di controllo.
E chiamare questo pubblico community non cambia la sostanza. In una situazione così asimmetrica e sbilanciata, costruita su una percezione di intimità alimentata dall’esposizione quotidiana del privato, basta un attimo perché l’ammirazione si trasformi in rancore. Se un giorno mi chiedi che cosa penso di come sei vestito, se dai importanza alle mie reazioni, il rischio è che io mi senta messo da parte nel momento in cui quell’attenzione viene meno.
È evidente che, in uno scenario del genere, il problema è mio. Ma il punto è che gli effetti del mio problema possono ricadere sulla tua vita nel momento in cui quella frustrazione si trasforma in risentimento. È una visione del rapporto con la celebrità che un tempo non esisteva, perché era materialmente impedita. Esistevano filtri, strutture di rappresentanza, management, distanze fisiche e simboliche che rendevano l’invasione più rara. Oggi quei filtri sono saltati.
Una nota e talentuosa attrice italiana si è trovata recentemente travolta da messaggi d’odio per aver interrotto una relazione sentimentale. Un fatto privato, trasformato in colpa pubblica. È qualcosa di terribile, che condanno senza esitazioni. Ma è proprio osservando quell’odio – per quanto misero, per quanto mostruoso – che diventa impossibile non riconoscerlo come un rischio strutturale del nostro tempo, in parte legato a un’esposizione pubblica esasperata dai social, capace di alimentare in molti un desiderio di controllo. È una versione estrema, quasi distopica, di certi modelli di televisione interattiva dove gli spettatori, telecomando alla mano, possono decidere come deve proseguire una storia.
Ed è per questo che guardo con grande preoccupazione a questa esposizione costante della vita privata. Oggi, più che mai, confondere rappresentazione e vita non è solo ingenuo.
È pericoloso.
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