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Il blog di Oreste Patrone


Ruoli e relazione

Quando parlo del mio legame con Kyra uso spesso la parola relazione. Lo faccio dando per scontato che tutti sappiano che cosa significhi, forse perché, in modi e forme diverse, tutti abbiamo sperimentato nella nostra vita qualcosa che chiamano così. Eppure, quando si parla di uomini e cani, questo concetto viene spesso contaminato da una serie di altri che finiscono per renderne il contorno meno netto e meno immediato. 

Dire che ho una relazione con il mio cane, senza avere davvero chiaro che cosa intenda con questa parola, non ha molto senso. Così ho provato a restituirgliene una parvenza facendo una ricerca, che mi ha offerto lo spunto per questa riflessione. 

Relazione deriva dal latino relatio, da referre, che significa riportare. Col tempo, il termine smette di designare il solo riferire, ma include la condizione stessa di essere in rapporto. È da qui che nasce l’idea moderna di relazione. Due soggetti stanno in una relazione quando ciò che accade all’uno viene costantemente riportato all’altro e, in questo rimando continuo, entrambi si modificano, si ridefiniscono e trovano una forma di equilibrio comune.

La questione della ridefinizione in rapporto all’altro è legata al concetto di ruolo, uno dei più fraintesi da quando ho iniziato a documentarmi su questi argomenti. C’è chi confonde, infatti, ruolo con la gerarchia. È un errore e non serve essere professionisti per capirlo. Se la relazione, come oggi la intendiamo, nasce come rimando reciproco, allora i ruoli non possono essere imposti dall’esterno, ma devono emergere dall’incontro e dal confronto quotidiano con l’altro. Sono, piuttosto, funzioni che si costruiscono nel tempo attraverso la fiducia, il rispetto reciproco e la condivisione dell’esperienza. La relazione è il luogo in cui i ruoli prendono forma, non il contrario.

In una recente serata tematica alla quale ho partecipato, la relatrice insisteva molto sull’importanza di garantire al cane la possibilità di esercitare un ruolo coerente con le sue motivazioni di razza, senza frustrare le sue attitudini. Tuttavia, ogni volta che si nomina questa parola, la paura di essere fraintesi è tale da richiedere continue precisazioni. La maggior parte delle persone tende, infatti, a sovrapporre piani diversi e il rischio di alimentare l’equivoco è alto. La confusione non riguarda il ruolo, ma la sua assimilazione a una logica gerarchica, il genere di logica mutuata dai rapporti di controllo tipici delle organizzazioni militari o aziendali. 

Sarebbe tuttavia un errore ritenere che ogni forma di obbedienza escluda automaticamente la relazione. In molti contesti, anche complessi e altamente performativi, l’obbedienza è una componente funzionale dell’attività, non il suo fondamento relazionale. Penso ad alcune discipline di lavoro o sportive, dove l’esecuzione precisa di un compito è necessaria al raggiungimento dello scopo e non cancella, di per sé, il legame tra umano e cane. In questi casi l’obbedienza non sostituisce la relazione, ma resta circoscritta a un ambito, a un tempo e a una funzione specifica. Il problema nasce quando si pretende di estendere quella logica a tutta la dimensione della convivenza.

Ciò doverosamente precisato, ruolo e gerarchia sono dunque due cose diverse. Il ruolo nasce dalla conoscenza reciproca, dall’incontro reale. Io cerco di capire chi sei tu, quali sono le tue attitudini, di cosa hai bisogno; tu, a tua volta, cerchi di orientarti rispetto a me.
Ci incontriamo, troviamo il nostro equilibrio.
E andiamo avanti. Insieme.



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