Ho sempre invidiato le persone come il mio amico Andrea, che conoscono i gruppi musicali, i movimenti, le correnti. Quelli che sono capaci di parlare per ore di una canzone, di tutto quello che le stava dietro e attorno, che sanno collocarla nella storia del suo tempo, riconoscerne le radici, le influenze, l’impatto culturale. Io ho sempre avuto una cultura musicale modesta e disordinata.
Da bambino amavo i dischi che ascoltavano i miei genitori. Franco Califano e Fred Bongusto, su tutti. Ancora oggi penso che Io per amarti sia una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Crescendo ho iniziato a cercarmi e a un certo punto sono approdato all’hip-hop e lì sono rimasto. Perché quella era casa come nient’altro. Tuttavia, non ho mai smesso di coltivare interessi anche per generi considerati più frivoli, più leggeri, persino imbarazzanti secondo qualcuno. Ho amato le boy/girl band, dagli NSYNC ai Backstreet Boys, dai Take That alle Spice Girls. Cantanti come Christina Aguilera e Britney Spears, che resta, senza ironia, una delle mie passioni costanti. La dance anni ’90, dagli Snap! agli Eiffel65, passando per scivoloni duri da ammettere come Carolina Marquez – ho detto che la scrittura è un’autopsia a corpo vivo e quindi tanto vale tirare fuori tutto, anche il peggio. L’Heavy Metal, con gruppi come Megadeth, Metallica, Anthrax e Slayer. E accanto a tutto questo l’immancabile rap americano da 2Pac a Snoop Dogg a Eminem, passando per Coolio e 50Cent. E poi di nuovo il ritorno a Bongusto e al Califfo.
Ho sempre interpretato questa varietà come un segnale di buona salute delle parti che mi compongono, tanto per parafrasare Whitman, come se ognuna reclamasse a turno una canzone in cui riconoscersi. C’è la parte che ha bisogno di emozionarsi come un adolescente, di tornare al ricordo della ragazza a cui non ebbi mai il coraggio di dichiararmi, quella che rimpiange una spensieratezza mancata o che semplicemente ha voglia di ballare senza pensare. C’è la parte che sente ancora il bisogno di piangere per una delusione, anche se è passato tanto tempo. Quella che ha bisogno di rifarsi la scorza con parole dure e identitarie, quella che la vuole irrobustire con la rabbia e il metallo. Quella che cerca la malinconia di una voce del passato, capace di riportarmi ai miei genitori. Tutto questo senza che nessuna parte pretenda di escludere le altre. È un casino insomma, ma un casino democratico.
A tutto questo si aggiunge l’emozione che provo ascoltando le t.A.T.u. Al di là di un’ammirazione mai sopita per Lena Katina, è qualcosa che va oltre la questione meramente musicale. È un’emozione che mi riporta a un’adolescenza che, in fondo, non ho mai davvero vissuto, a quelle gioie ingenue, quasi cinematografiche, che a molti sembrano essere capitate naturalmente e che a me, per ragioni che non vale nemmeno la pena elencare, sono mancate. Quelle emozioni da Tre metri sopra il cielo, per capirci, che non ho attraversato allora e che oggi tornano sotto forma di canzoni.
Quando ascolto certi brani non sto ricordando qualcosa, ma immaginando qualcosa che non c’è stato. La musica, in quei casi, dà una forma a esperienze che prendono corpo nella mia testa come immagini di un film. In questo senso la mia musica non è solo un insieme disordinato di generi, epoche e stili, ma una forma di compensazione. Un modo per concedermi, a distanza di anni, momenti di abbandono emotivo che non hanno trovato spazio quando avrebbero dovuto.
E forse è anche per questo che amo ascoltare la musica così, lasciando semplicemente che ogni parte di me trovi, di tanto in tanto, la sua canzone. È la mia colonna sonora, quella del film “che al cinema non è mai uscito” ma che io posso rivedere ogni volta che voglio.
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