Qualche giorno fa, parlando del mio ultimo articolo e più in generale del modo in cui racconto certi momenti della mia vita, un’amica mi ha chiesto cosa direi, se potessi tornare indietro, al ragazzo che ero allora. Per fortuna non era previsto che rispondessi su due piedi, perché non avrei saputo cosa dire. Mi è stato detto che potevo pensarci e l’ho fatto. Ci ho pensato un bel po’.
Se potessi dire qualcosa a quel ragazzo che aveva fretta di crescere, di essere preso sul serio, di guadagnarsi una credibilità che sentiva sempre rimandata, credo che non gli parlerei di carriera.
La prima cosa che gli direi è di imparare a dire di no. A dirlo dentro la famiglia, soprattutto. A capire che fare parte di una famiglia non significa caricarsi addosso ogni aspettativa, ogni bisogno, fino a confondere l’amore con il sacrificio. I no, quando sono onesti, non distruggono i legami. Li salvano. Evitano che il peso diventi risentimento e che il risentimento si trasformi, col tempo, nel desiderio di fuga. Gli direi impara a dire di no, perché ti farà crescere più di tutti i sì che dirai per paura delle conseguenze.
Poi gli direi di smetterla di pensare che i soldi siano la soluzione. Scrollati di dosso questa maledizione. Tanto, quando una tegola ti cade in testa – e può capitare a chiunque – la vita non guarda il tuo conto corrente. Quando decide di entrare in partita, sceglie sempre una posta più alta di quella che avevi previsto. Questo non vuol dire buttarli dalla finestra, ma smettere di attribuirgli un potere che non hanno.
Gli direi cerca di capire cosa ti piace e persegui quello, anche se non è redditizio. Anzi, soprattutto se non lo è.
Gli direi di avere più cura degli affetti, di non affidarsi alla pazienza degli altri, alla loro capacità di sopportarlo, di perdonare le sue assenze, le sue distrazioni. Gli altri capiscono, sì, ma a un certo punto si stancano. Gli direi sii presente, perché l’amore non è un credito illimitato.
Gli direi non fumare.
Ma soprattutto gli direi di smetterla di pensare che le parole bastino per tutto. C’è una differenza enorme tra quello che pensi di sapere, quello che riesci a fare credere agli altri e quello che sai davvero. Non è con le chiacchiere che si esce da questa merda, direbbe Jules in Pulp Fiction. Gli direi studia, lavora, lavora duramente. Non per fare soldi, ma per diventare bravo. Per essere solido. Per non crollare davanti alla prima prova seria.
Gli direi che il mondo non è una passerella su cui esibirsi ogni giorno con qualcosa di nuovo. Che non serve brillare continuamente, serve tenere duro. La solidità è una conquista lenta e io l’ho capito davvero solo da poco. Se l’avessi capito prima, avrei vissuto tante situazioni molto meglio.
Dopo aver imparato a dire di no, gli direi anche di imparare a dire qualche sì. Perché i no segnano i confini, ma i sì costruiscono le relazioni.
E poi gli direi una cosa che oggi mi è chiarissima, ma allora no: resta fino alla fine. Arriverà un momento in cui ti chiederai se restare o andartene. E quando quel momento arriverà, capirai perché te l’ho detto.
Gli direi anche di smetterla di voler sembrare sempre il più bravo di tutti. Non lo sei. E so che sentirselo dire fa male. So che ferisce proprio perché, in fondo, lo sai già. Non sei il migliore di tutti e non lo sarai mai, perché ci sarà sempre qualcuno più bravo, più preparato, più lucido di te. Se vivi con l’idea di dover essere migliore degli altri, vivrai dentro una frustrazione perenne. E la soddisfazione di esserti dimostrato superiore a qualcuno durerà pochissimo, giusto il tempo di incontrarne un altro che ne sa più di te.
Hai sempre disprezzato gli sport di squadra perché non ti piaceva lo spogliatoio. Allora per Dio smettila anche di vivere come se tutto fosse una gara continua. Non sei in competizione con nessuno, se non con le parti peggiori di te.
Io non so se la tua vita prenderà la piega che ha preso la mia. Ma io ti auguro, con tutto il cuore, di incontrare le stesse belle persone che ho incontrato io. Ti auguro una vita bella. Bella davvero. Perché la mia lo è stata. E lo è.
Infine gli direi di tenersi stretto chi ha il coraggio di dirti quello che non vuoi sentire. Perché sono cresciuto molto di più ascoltando chi mi metteva a disagio che chi mi diceva solo che ero bravo. Le verità che feriscono sono quelle che ti avvicinano di più a te stesso.
Gli direi di volersi un po’ più bene. Di ascoltare quando qualcuno gli dice che quel tatuaggio, così come l’ha immaginato, sarà orribile.
Dagli ascolto. Sarà orribile sul serio.
E infine gli direi di fare quello che gli pare.
Se lo conosco – e lo conosco bene – so che è in quel punto della sua strada in cui crede che l’unico degno di essere ascoltato sia lui, per cui di tutto questo discorso gli sarà rimasto poco. Non importa.
Il momento per capire arriverà.
Arriva per tutti.
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