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Il blog di Oreste Patrone


Scrivere come Oreste

Per tanti anni ho pensato che scrivere significasse fare narrativa. Inventare storie, creare personaggi, costruire le traiettorie dei protagonisti imparate sui manuali. Era l’idea che mi ero fatto leggendo gli scrittori che avevo amato da ragazzo. Se quella era la letteratura, allora quello era il terreno su cui bisognava misurarsi.

Ci ho provato a lungo e qualcosa di dignitoso forse ne è uscito, ma avevo sempre la sensazione che ci fosse uno scarto tra ciò che scrivevo e ciò che avrei voluto leggere. Un po’ è dipeso sicuramente dal fatto che mi forzavo in generi e schemi nei quali non ero a mio agio, solo perché considerati più prestigiosi. L’unica esperienza letteraria in cui mi sia davvero divertito è stata una serie di raccontini comici dedicati a un personaggio che, a distanza di anni, mi manca moltissimo. In tutti i miei altri tentativi c’era sempre qualcosa di vagamente scolastico, erano ingranaggi imperfetti che non giravano mai a dovere. Forse avrei potuto migliorare con l’esercizio, come in tutte le cose, ma col tempo ho capito che il punto non era quello. Non solo, quantomeno.

A un certo momento della mia vita ho semplicemente smesso di inseguire quell’idea romantica. Mi sono accorto che quando scrivevo del mio lavoro, dei processi, delle procedure, dei paradossi della normativa ambientale o anche semplicemente delle cose che mi incuriosivano — dal diritto alla cultura popolare, dalle discariche alla fantascienza — la scrittura scorreva con la naturalezza che avevo sempre cercato. Non dovevo inventare nulla, dovevo solo guardare bene le cose e raccontarle.

In quel momento ho capito che la mia dimensione ideale non era quella dei mondi immaginari, ma lo stare nel mio mondo cercando di capirlo meglio. Partire da un fatto concreto, da un dettaglio tecnico, da un problema specialistico e poi allargare lo sguardo fino a coglierne le implicazioni più ampie — sistemiche, come dicono i professionisti del diritto a cui attingo di continuo.

Questo non vuol dire che io abbia deciso di rinunciare alla narrativa. Ogni tanto continuo a provarci e continuerò probabilmente a farlo anche in futuro, perché inventare storie resta uno degli esercizi più affascinanti che esistano per chi ama scrivere. Ma ho smesso di considerarlo l’unico metro con cui misurare il valore della mia scrittura.

Tutti abbiamo iniziato a scrivere per imitazione. È normale. Poi si scrive per ambizione, cercando di raggiungere un certo tipo di riconoscimento o di appartenenza. Solo più tardi, se si è fortunati, si comincia a scrivere partendo dall’ascolto di se stessi anziché da quello degli altri. Quando succede, la scrittura smette di essere uno sforzo di imitazione e diventa qualcosa di più naturale, un modo per mettere ordine nelle cose che si osservano e nei pensieri che nascono dall’osservazione.

Questa, per me, è stata una consapevolezza liberatoria.
Non una resa e tantomeno una rinuncia. Semplicemente il momento in cui ho smesso di inseguire l’idea di diventare uno scrittore e ho iniziato a scrivere. Sembra la stessa cosa, ma non lo è.

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