di Andrea Olivieri
“Niente è più dolce di un disco non ancora ascoltato”
Mentre mia figlia adolescente canticchia il ritornello di “Boys dont’t cry”, da quel capolavoro di pop nervoso e zuccherino che fu l’esordio dei Cure (“Three Imaginary Boys”, 1979), chiedendomi (lei a me) se lo conosco, sgrano bestemmie come un rosario. Intanto scopro che Tik Tok ha mandato in classifica, trent’anni dopo la tragica morte del suo autore, “Lover, You Should Have Come Over”, di Jeff Buckley. Senza che questi improvvisi e inaspettati ritorni di fiamma implichino, del resto, alcun effetto traino in termini commerciali o di semplice conoscenza nella loro interezza dei dischi a cui i pezzi di cui sopra appartengono. Ciò che conferma come la predilezione per il frammento e per l’immediato sia la vera patologia della Gen Z, con le sue conseguenze in termini di rinuncia alla comprensione profonda dei contesti entro cui vivono i fenomeni culturali.
La riscoperta della musica del passato da parte delle nuove generazioni attraverso i social è un fenomeno che negli ultimi anni è impossibile non notare, spingendo gli appassionati a interrogarsi sui nuovi modi di ascoltare la musica ai tempi della viralità di feed e stories. Da quando Internet, i social e lo streaming si sono impadroniti del nostro tempo libero assistiamo infatti a un mutamento dei meccanismi di scoperta e di fruizione della musica, ormai sempre più legati al canale digitale e alla guida dell’algoritmo. Del resto, a partire dalle prime registrazioni sonore di Edison, da più di un secolo la tecnica produce significativi mutamenti nel paradigma dell’ascolto e dell’educazione musicale.
Arte metafisica e incorporea per eccellenza secondo i romantici, la musica vive nel tempo e nel tempo si dispiega. Ma a partire dall’invenzione del fonografo e per oltre un secolo, la musica, per essere ascoltata, ha avuto bisogno di supporti materiali: trasferita su formato fisico, resa oggetto, la musica ha dunque avuto un peso, letteralmente. La registrazione della musica fu una vera e propria rivoluzione: una volta reificata, infatti, la musica non soltanto subì una metamorfosi dall’immateriale al corporeo, ma soprattutto fu trasformata in merce e immessa su un mercato di compratori-ascoltatori, che d’ora in poi avranno la possibilità di replicare all’infinito e in solitudine quella fruizione che in precedenza, nelle sale concerto o alle feste paesane, avveniva collettivamente e necessitava della presenza fisica dei musicisti.
Non mancarono le critiche dei puristi, ovviamente: la musica, si disse, va e viene, e nessuno dovrebbe cercare di trattenerla. E tuttavia, la registrazione della musica, la sua trasformazione in oggetto tangibile, confermò che il modo migliore per proiettare qualcosa al di là del tempo e renderla intangibile è, paradossalmente, proprio quello di reificarla.
Così, fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso la musica si ascoltava per mezzo di tre supporti fonografici: il vinile, la musicassetta e il CD. Nell’epoca della musica registrata l’ascolto richiedeva le virtù della pazienza e della cura, come tutto ciò che, materialmente connotato, richiede la mediazione del corpo. Prima dell’avvento del CD (primi anni Novanta), per riascoltare la propria canzone preferita bisognava posizionare la puntina sul solco corretto, cercando di non rovinare entrambi. Lo stesso atto fisico di mettere un disco sul piatto aveva la sua componente ritualistica: “Io sono l’unico che sa come trattare il vecchio giradischi di casa mia”, afferma E. Einsenberg, “Questa conoscenza levitica fa di me l’officiante di tutti i riti fonografici che si tengono a casa mia”.
Solidificata nel cloruro di vinile, la musica era dunque un possesso fisico e rituale. I dischi erano oggetti da collezionare, mentre la seduzione grafica delle copertine conferiva loro uno status di oggetti d’arte che in genere contribuiva a rafforzare l’estetica musicale dell’album, ma in alcuni casi era indipendente dal contenuto, al punto di rendere quest’utlimo finanche superfluo. Infine, gli inserti e i libretti dei testi erano contributi da leggere con attenzione, ricostruendo le storie che stavano dietro quei dischi. C’era insomma di che imparare e arricchirsi.
Oggi la musica è diventata un’utility, come l’elettricità o l’acqua corrente. Piattaforme come Spotify o Apple Music mettono a disposizione playlist confezionate dagli algoritmi, suggerimenti personalizzati e automatizzati che non portano mai troppo lontano dalla propria zona di comfort musicale. L’algoritmo e il clip virale offrono un flusso continuo di brani simili che, se da un lato facilita la scoperta, dall’altro rischia di chiudere l’ascoltatore in una bolla di comfort zone sonora, tale per cui non è più lui a cercare la musica, ma è la musica a cercare lui.
La musica è oggi una massa, un calderone in cui tutto si mescola. Dal brano del passato che riemerge all’improvviso alla sbobba artificiale che già ci sommerge. Se l’adolescente degli anni ’80/’90 custodiva gelosamente i suoi vinili, Cd e cassette, preso dal feticismo del collezionista, quello di oggi si è emancipato dalla logica del possesso, per adottare la logica del flusso, navigando nell’oceano infinito di un’offerta musicale tracimante a dir poco. Un sovraccarico di musica che, più che facilitare l’identificazione, causa la paralisi decisionale e l’ansia da ascolto bulimico, frettoloso e sempre più distratto. Nello stream, ciò che si guadagna in accessibilità della musica lo si perde in termini di cura verso un oggetto fisico che conteneva i nostri sogni, nonché di capacità di penetrazione conoscitiva e memorizzazione, favorite invece dalla ristrettezza del campionario di possibilità musicali di un tempo.
Ma soprattutto, se nel Novecento si ascoltava un disco dall’inizio alla fine, rispettando l’ordine scelto dall’artista, sui social, nell’incrocio tra algoritmi predittivi e reel di Tik Tok, domina il loop di pochi secondi che punta alla viralità. Questo ha portato al crollo dell’attenzione e alla frammentazione dell’ascolto: molti adolescenti conoscono perfettamente i 15 secondi della canzone di un trend andato virale, senza avere mai ascoltato il brano intero. E senza sentirne affatto il bisogno. Fruita in modo sempre più caotico e disarticolato, ridotta a ritaglio, nel fast consuming la musica si fa colonna sonora dello scrolling, della ricondivisione e dell’autonarrazione digitale, strumento per editare la propria vita sui social, più che per cambiarla socialmente.
In altre parole, ogni collezione è un archivio, e dove gli archivi spariscono, ogni integrità dei contesti, delle storie e dei significati è perduta. Poco male direte, “The Times They Are A-Changin’”… Vero, non fosse che il passaggio dalla oggetivazione della musica nel formato fisico alla sua fruizione attraverso piattaforme digitali e social media segna, a mio avviso, non soltanto un mutamento nelle abitudini di consumo degli ascoltatori, ma soprattutto la fine delle controculture giovanili per come le abbiamo conosciute dalla nascita del rock’n’roll in poi.
Bulimia di ascolti, consumo rapido e per frammenti, disattenzione, confusione diffusa e decontestualizzazione. Sempre più tarato sugli algoritmi, l’ascolto musicale profilato su misura (per non dire della sua produzione) perde la sua capacità di farsi rito magico e architettura sociale del tempo, riflessione e crescita personale. Tutto ciò è non solo l’epitaffio di ogni rivoluzione sonora, ma anche di ogni cultura giovanile alternativa che voglia provare a opporsi ai dettami del mercato globale.
MinimiTermini

Andrea Olivieri, goriziano, si è laureato molto tempo fa in filosofia all’Universi tà di Trieste, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Estetica con una tesi sulla natura dell’immagine e sull’immaginazione nella filosofia moderna. Ha pubblicato articoli di ricerca filosofica su riviste di settore. Professore di Filo sofia e Scienze umane presso il Liceo delle scienze umane “S. Slataper” di Gorizia, ascolta e vive rock’n’roll da quasi mezzo secolo.


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