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Il blog di Oreste Patrone


La misura del successo

C’è un modo di raccontare il successo che non condivido. È quel modo che usa il patrimonio come indicatore. La storia è sempre la stessa: il protagonista, che una volta non aveva niente, oggi possiede un patrimonio che si misura in centinaia di milioni o in miliardi di dollari. Funziona perché ci hanno abituati, perché siamo ormai assuefatti a quella narrazione, ma si tratta di una scorciatoia, una semplificazione che trasforma la persona in un punto in movimento su una traiettoria ascendente che riassume tutto il senso del suo percorso, ma ignora quello che le sta intorno.

L’ho pensato di recente leggendo un articolo su LeBron James, il campione dei Los Angeles Lakers, costruito ancora una volta su questa base. Dalle origini difficili all’impero economico, dal talento sportivo al brand globale. Una storia vera, per carità. E non è nemmeno sbagliato dire che nel suo caso il denaro possa essere una misura del successo.
Lo diventa quando è l’unica.

The Chosen One è solo l’ultimo anello di una lunga catena. Prima di lui ci sono stati Michael Jordan, Shaquille O’Neal, Magic Johnson, restando nell’ambito della pallacanestro, ma l’elenco potrebbe allungarsi facilmente. Biografie simili, contesti di partenza difficili e oggi patrimoni che li collocano tra gli uomini più ricchi del mondo. Che se lo meritino, che nulla sia stato regalato, non è in discussione e non è questo il punto. Il nodo è altrove, nell’esclusività che attribuiamo alla ricchezza come indicatore del successo, come se ogni altra forma di riuscita fosse una variante minore, una consolazione per chi non ce l’ha fatta davvero. Così facendo, il messaggio implicito che passa è terribile. Se non hai accumulato capitale, allora non hai avuto successo.

È un messaggio che ha ormai impegnato anche i social, dove prolifera come un’infezione una retorica del successo che coincide con l’accumulo di beni e denaro. Figure senza nome e senza passato che promettono metodi per produrre denaro con il minimo sforzo, come se la realizzazione di sé fosse una questione secondaria o, peggio ancora, una conseguenza automatica del sospirato aumento del patrimonio. Ragazzi poco più che adolescenti che parlano di mentalità vincente e di successo, il cui stesso successo consiste esclusivamente nel monetizzare contenuti che parlano di successo. In questa deriva, non conta più ciò che si fa né perché lo si faccia.

Questa metrica rischia di deformare non solo il giudizio sulle vite altrui, ma anche quello sulle nostre. Perché se il successo coincide con il denaro, allora ogni esistenza che non arriva a certo importo diventa, per definizione, incompiuta. Non importa aver costruito relazioni solide, aver fatto qualcosa di buono per gli altri, aver attraversato la sofferenza senza diventare cinici o aver lasciato qualcosa di buono intorno a noi. Se il saldo del conto in banca non è abbastanza alto, la valutazione è negativa.

Uno schema simile si riflette nel modo in cui giudichiamo la moralità delle persone di successo. Se una celebrità investe trecentocinquanta milioni di dollari in un progetto sociale, come il nostro LeBron, lo definiamo subito una brava persona che si merita quel successo, che in qualche modo ne ha pagato il prezzo alla comunità, come se il successo personale fosse qualcosa di cui la comunità deve essere ristorata. Trecentocinquanta milioni sono una cifra enorme, ci impressiona, ci sembra una prova di generosità [e lo sono]. Ma se la cifra fosse un milione, diciamolo onestamente, il nostro sguardo cambierebbe immediatamente. Faremmo un rapido calcolo mentale, ridimensioneremmo il gesto, lo chiameremmo donazione, quota marginale, forse perfino elemosina. Non lo considereremmo più un atto moralmente rilevante, ma la semplice destinazione di una parte trascurabile di un’enorme ricchezza. La differenza non starebbe nell’intenzione, ma nella sproporzione.

Forse dovremmo imparare a raccontare il successo in modo meno aritmetico e più umano. Riconoscere che esistono successi che non fanno notizia e non generano articoli autocelebrativi, ma che tengono in piedi il mondo più di quanto facciano certi patrimoni miliardari.

Non si tratta di demonizzare il denaro, né di negarne il peso e la funzione sociale. Si tratta di rimetterlo al suo posto. Un indicatore tra altri, non l’unico. Perché quando riduciamo il successo a una cifra, finiamo per ridurre anche la complessità delle persone e a impoverire il racconto della loro vita. E a forza di farlo, rischiamo di convincerci che tutto ciò che non produce ricchezza sia, in fondo, un fallimento. 

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5 risposte a “La misura del successo”

  1. Ottima riflessione. Mi permetto di aggiungere che nelle società occidentali di modello economico capitalistico (ci sono molti modelli economici capitalistici, sia occidentali e sia non occidentali) la distorsione sul denaro è tale che pare giusta la beneficenza.

    No.

    Dove è la giustizia se una società, autodefinitasi democratica e progressista, permette l’esistenza di milioni di poveri e fragili senza che ci sia una cura da parte dello Stato a proteggerli e, quindi, rimane loro solo la speranza in una volontà soggettiva di un ricco – senza regola alcuna, forse una riduzione fiscale – che possa porre qualche rimedio?

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    1. Permettiti pure! Commenti come il tuo saranno sempre ben venuti, perché arricchiscono e ampliano la discussione, che poi lo scopo per cui pubblico queste mie riflessioni. Sono d’accordo con te, soprattutto perché nessuno sembra avere consapevolezza del fatto che questa beneficenza colma lacune strutturali dello Stato.

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      1. Non colma nulla, perché a) dipende da una volontà soggettiva che sceglie senza valutazioni strutturali sul medio e lungo periodo, lasciando enormi spazi vuoti e desertificati, b) spesso serve a farsi pubblicità e a ridurre le tasse da pagare.

        Ben pochi lo fanno anonimamente e nessuno esclude le riduzioni fiscali come pure scelte troppo soggettive.

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      2. Mi sono espresso male. Intendevo dire che interviene in ambiti che dovrebbero essere presidiati (ed eventualmente rimediati) dallo Stato. Meglio, così? 😊

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  2. 😂😂🤭🤭💪💪

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