Si parla molto del ritorno delle Province in Friuli Venezia Giulia e in tanti mi hanno chiesto cosa farò quando il nuovo Ente entrerà nella piena operatività. Se resterò in Regione o lascerò l’aquila per il leone rampante.
È impossibile rispondere a una domanda del genere. Non sappiamo nemmeno con certezza quali saranno le funzioni attribuite, se coincideranno con quelle attualmente esercitate dagli EDR o se ne verranno aggiunte di nuove. E, soprattutto, la domanda presuppone che mi sia data una scelta, che un eventuale trasferimento sia su base volontaria. Anche su questo, ad oggi, non sappiamo nulla. Per questo sento il bisogno di spiegare perché tutto ciò che sta accadendo mi riguarda solo fino a un certo punto.
Nel 2017 avevo scritto della fine della Provincia come di una perdita, quasi un lutto. E non lo rinnego. Ma forse proprio per questo è necessario chiarire un equivoco. Io non ho mai difeso la Provincia come ingranaggio dell’architettura istituzionale italiana. Non è mai stata per me una questione costituzionale, né una battaglia tecnica sulla distribuzione delle competenze. Non ho mai sostenuto che l’ente intermedio fosse indispensabile sotto il profilo amministrativo, né ho mai preteso di sciogliere il nodo della sua utilità.
Quello che ho difeso era altro. Era un’esperienza.
Per dodici anni ho abitato gli spazi di un Ente che, al di là delle funzioni, per me era comunità. Imperfetta, certo. Migliorabile sotto molti aspetti. Ma comunità. Era territorio. Era radicamento. Era il luogo in cui si intrecciavano professionalità, amicizie, divergenze, talvolta antipatie, e progetti. Era il luogo in cui ho imparato moltissimo, grazie a persone dotate di una grande cultura amministrativa e di un senso del servizio pubblico che oggi riconosco come un’eredità preziosa. Era una dimensione umana prima ancora che organizzativa.
Quando quell’ente è stato soppresso, non è stata cancellata soltanto una casella nell’organigramma istituzionale. È stata dispersa una comunità. Ognuno di noi ha trovato altrove una nuova collocazione, una nuova identità professionale, un nuovo equilibrio. Io per primo. Oggi sto bene dove sto. Ho colleghi che stimo e che mi stimano, un ambiente che mi valorizza, un lavoro che sento di nuovo mio.
Per questo, quando mi si chiede se sono contento del ritorno delle Province, la risposta sincera è che la domanda, così formulata, per me non ha senso.
Non è un ritorno. È la creazione di un ente nuovo.
Che si chiami allo stesso modo, che domani possa avere funzioni simili o perfino identiche, non cambia il punto. Quello che avevo è perduto. Non esiste un decreto capace di ricostruire un costrutto identitario. Non si ricreano per legge i legami che nascevano nei corridoi, le abitudini, la memoria comune. L’identità non si ripristina con una norma.
Mi si chiede anche se tornerei a lavorare in Provincia.
Questa è un’altra domanda e anche qui occorre fare una precisazione. Tornare indietro presuppone una macchina del tempo, non una riforma. Tornare indietro significherebbe ritrovare le stesse persone [se poi dovessero dimenticarne qualcuna, pazienza], lo stesso clima e la stessa fase della vita. E questo non è possibile, per me e per nessuno.
La domanda corretta, semmai, potrebbe essere se vorrei andare a lavorare nella nuova Provincia. E a questa domanda rispondo serenamente di no. Non per ostilità, non per pregiudizio, ma perché non vedo alcuna ragione per lasciare un contesto in cui sto bene per entrare in un ambiente che oggi, per me, è sconosciuto. Se un domani mi venisse fatta un’offerta concreta, la valuterei come si valutano tutte le scelte professionali. Se un domani ci fosse un trasferimento non scelto, lo affronterei come si affrontano le novità della vita.
Tuttavia, in astratto, la questione non mi riguarda.
Il passato, per quanto significativo, è un luogo in cui si può tornare solo con la memoria.
Detto questo, auguro ai colleghi che lavoreranno nella nuova Provincia di riuscire a costruire qualcosa che, un giorno, possa essere ricordato con la stessa gratitudine con cui io oggi ricordo la mia Provincia. Qualcosa che non si esaurisca nelle funzioni o negli atti, ma che lasci un’impronta nelle persone. Qualcosa da trasmettere a chi verrà dopo. Qualcosa che sia più di un’esperienza professionale.
Un’Educazione Provinciale.

MinimiTermini


Lascia un commento