Se mi seguite da un po’, sapete che nutro per Training Day una vera e propria venerazione, e che considero Alonzo Harris una delle interpretazioni di Denzel Washington migliori in assoluto.
Al film e al personaggio ho dedicato diversi articoli, uno dei quali scritto a quattro mani con l’amico Peppe Caserta, nel tentativo di scendere in profondità nelle sue dinamiche psicologiche.
E, se mi seguite, sapete anche un’altra cosa: quando qualcosa mi piace, tendo a diventare maniacale. Normativa ambientale o cinema di Antoine Fuqua, non fa differenza: non ho pace finché non conosco anche il respiro della singola virgola. E in Training Day, di virgole me ne mancava ancora una. La scena della morte di Alonzo custodiva, infatti, un mistero.
Alonzo ha mancato l’appuntamento di mezzanotte in cui avrebbe dovuto saldare il suo debito con la mafia russa — il prezzo per aver pestato a morte uno dei loro a Las Vegas — e un commando di sicari lo fredda in strada, accanendosi sul suo corpo a colpi di kalashnikov. A un certo punto, uno di loro pronuncia una frase in russo. Una frase che non compare in nessuno script reperibile in rete e in nessun sottotitolo.
Niente. Impossibile capire cosa dicesse. Neanche l’IA o sistemi specializzati nella trascrizione di file audio, poterono nulla.
E ovviamente la cosa mi tornava in mente ogni volta che riguardavo la scena, togliendomi momentaneamente il sonno — finché a togliermelo non subentrava qualche altra ossessione. Poi il caso ha voluto che incontrassi una persona madrelingua, che con grande pazienza — e notevole tolleranza per la natura della richiesta — mi ha finalmente tradotto il passaggio, liberandomi da quest’angoscia pluriennale.
Il sicario dice: “Легко помереть не получится, Алонцо!” — Legko pomeret’ ne poluchitsya, Alonzo — ovvero…
[rullo di tamburi]
“Morire facile non ci riuscirai, Alonso!”
L’ultima virgola è stata spiegata.
Il mistero della battuta in russo è finalmente risolto.
Il che non significa che abbia trovato pace, sia chiaro, ma solo che posso smettere di farmi tormentare da questa ossessione e lasciare spazio alla prossima. Perciò, se avete competenze particolari — che si tratti di normativa, lingue antiche, chimica, filosofia, medicina o medicina veterinaria — non stupitevi troppo se un giorno doveste ricevere una mia chiamata all’avventura. Potreste essere i prossimi fortunati che dovranno aiutarmi a risolvere qualche mistero inutile e irresistibile [poi non dite che non vi avevo avvertiti].
Che poi io scherzo, ma la questione è un po’ più seria di così. Per me è la differenza tra vivere le cose in superficie e provare ad andare un po’ più a fondo, anche quando quell’immersione costa tempo, fatica e, a volte, appare del tutto sproporzionata. Potevo vivere senza sapere cosa dicesse quel sicario russo alla fine di Training Day? Certo che sì [in realtà, no]. Nondimeno, credo che la curiosità funzioni proprio così, che ci spinga raramente a inseguire ciò che è indispensabile. Ogni volta che riusciamo a risolvere anche un dettaglio apparentemente irrilevante, quel dettaglio smette di essere un’ombra e diventa parte di una conoscenza più completa dell’oggetto indagato. Non è la traduzione di una battuta a cambiare la vita. È l’abitudine a non lasciare le cose a metà, a non accontentarsi di una conoscenza parziale che, alla lunga, cambia il modo in cui guardiamo il mondo.
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