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Il blog di Oreste Patrone


Non siamo così poveri

A volte penso che uno degli inganni più riusciti del nostro tempo sia averci convinti di essere tutti poveri. Non poveri nel senso di non avere abbastanza per vivere, poveri perché non possiamo permetterci le cose che possono permettersi i cosiddetti ricchi.

Non abbiamo l’auto di lusso, la casa con la piscina, il Patek. Non possiamo andare in vacanza nei posti più ambiti, mangiare abitualmente caviale, comprare senza pensarci troppo tutto quello che desideriamo. E siccome esiste sempre qualcuno che può permettersi qualcosa che noi non possiamo permetterci, finiamo per misurare quello che abbiamo sulla distanza che ci separa da lui.

La conseguenza è paradossale.
Possiamo avere una casa, mangiare bene, riscaldarci d’inverno, concederci qualche viaggio, possedere oggetti che fino a poche generazioni fa sarebbero sembrati lussi straordinari e continuare, nonostante tutto, a percepirci come persone economicamente fragili. 

La ricchezza, del resto, somiglia molto alla linea dell’orizzonte, che più ti ci avvicini e più si sposta. Questa percezione ha conseguenze anche in luoghi apparentemente molto lontani dai consumi. Per esempio, nei circuiti della solidarietà.

Conosco persone capacissime di immedesimarsi nelle cause umanitarie, nella sofferenza degli animali, nelle difficoltà dell’altro. Persone sinceramente partecipi, alle quali però risulta difficile aprire il portafoglio e tirare fuori dieci o venti euro. E vorrei essere molto chiaro: non penso affatto che donare sia un obbligo morale. Dona chi vuole e, soprattutto, chi può. Non credo che qualcuno debba sentirsi in colpa perché decide di tenersi i propri soldi, né tantomeno penso che la generosità si possa misurare attraverso l’ammontare di un bonifico.
Quello che mi interessa è un’altra cosa.

È quel «non posso permettermelo» che qualche volta pronunciamo anche quando, in realtà, potremmo. Perché nella nostra testa quei dieci, venti o cinquanta euro sono diventati parte di una soglia sotto la quale abbiamo paura di scendere. Privarcene sembra compromettere un equilibrio che percepiamo già come precario. Ed è proprio per questo che, quando possiamo farlo, donare produce un effetto curioso.

Ci priviamo di venti euro.
Passa un giorno. 
Ne passano due. 
Arriva la fine della settimana.
E non è successo niente. Abbiamo continuato a mangiare, a vivere, a fare le cose che facevamo prima. Probabilmente non ricordiamo nemmeno più quei venti euro. Solo che da qualche altra parte sono diventati una confezione di cibo per un cane, una medicina, un pasto caldo, qualche ora di assistenza, un piccolo pezzo di qualcosa che per qualcun altro aveva un valore enormemente superiore.

Ed è allora che la solidarietà produce uno dei suoi effetti meno raccontati. Non dimostra soltanto che abbiamo qualcosa da dare agli altri. Dimostra a noi stessi che abbiamo qualcosa di cui possiamo fare a meno.

E c’è poi un altro effetto della solidarietà che ho imparato ad apprezzare: attenua il volume del chiacchiericcio.
Viviamo in un tempo nel quale ci viene continuamente chiesto di avere un’opinione su tutto. Sulle guerre, sui conflitti, sulle crisi umanitarie. E non c’è niente di sbagliato nell’informarsi, nell’interrogarsi o anche nel prendere posizione. Anzi.

Il problema comincia quando confondiamo la nostra opinione con un’azione e finiamo per attribuire al fatto di aver detto qualcosa un’efficacia che quasi mai possiede.
Io non posso fermare una guerra. E con ogni probabilità quello che scrivo sui social non cambia di un millimetro la sorte di una persona che quella guerra la sta vivendo. Posso però prendere dieci o venti euro e affidarli a chi, in quei luoghi, cura persone, distribuisce cibo, assiste bambini, costruisce ospedali.

È una cosa infinitamente più piccola dell’opinione che potrei esprimere e infinitamente più concreta. E forse è anche per questo che, quando cominci a farlo, senti meno il bisogno di partecipare a ogni discussione. Non perché le domande abbiano smesso di essere importanti o perché non sia giusto interrogarsi. Semplicemente perché hai scoperto che, qualche volta, puoi fare molto più bene con cinque euro che con la tua opinione.

È anche questo un modo per rimettere le cose nella giusta proporzione.
La solidarietà ridimensiona due illusioni contemporaneamente: quella di essere più poveri di quanto siamo e quella di essere più influenti di quanto siamo. 
Nel primo caso ci restituisce la misura di ciò che abbiamo. 
Nel secondo, quella di ciò che possiamo davvero fare.

Per molto tempo ho pensato alla solidarietà soprattutto come a una cura contro il mio egoismo. Oggi penso che forse parlare soltanto di egoismo sia riduttivo, perché donare cambia qualcosa di più profondo: cambia il nostro rapporto con il possesso. Ci abitua all’idea che non tutto ciò che abbiamo debba necessariamente rimanere nostro. Che rinunciare volontariamente a qualcosa non significhi necessariamente diventare più poveri. E soprattutto che il denaro è importante — certamente lo è — ma non è necessariamente quell’elemento intoccabile attorno al quale dobbiamo costruire ogni scelta della nostra vita.

C’è una libertà molto particolare nello scoprire che possiamo lasciare andare qualcosa. Soprattutto in un tempo che passa buona parte delle sue energie a convincerci del contrario. Uno dei modi con cui il denaro esercita più potere su di noi non è quando ne abbiamo poco, ma quando riesce a convincerci che non ne abbiamo mai abbastanza. E donarne una parte, quando possiamo farlo, è un piccolo modo per dimostrargli che non è vero. Che non ha quel potere.

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