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Il blog di Oreste Patrone


La lezione del maresciallo

Una volta, avrò avuto quindici anni, tagliai la strada a un’auto col motorino. Fu una manovra stupida e pericolosa. E la reazione che ebbi dopo la frenata dell’automobile riuscì a essere, se possibile, ancora più stupida: scappai. 

L’uomo al volante si infuriò e mi inseguì.
Quando capii che non sarei riuscito a seminarlo, mi fermai. Pensavo di dover affrontare una ramanzina. Invece quell’uomo scese dall’auto imprecando e, come prima cosa, sferrò un calcio al motorino. Poi mi colpì con uno schiaffo sulla spalla che mi fece cadere a terra.
Ero terrorizzato.

Ero soltanto un ragazzo. Lui era un adulto. E c’era, in quella reazione, qualcosa di sproporzionato, che andava oltre la rabbia e che mi lasciava addosso una sensazione di impotenza assoluta. Per fortuna intervenne la moglie. Lo convinse a risalire in macchina e i due se ne andarono.

Quando tornai a casa con il livido sul braccio, mio padre mi chiese cosa fosse successo. Glielo raccontai. Senza una parola, mi fece salire in macchina e partimmo a cercare quell’uomo.
Lo trovammo a Gradisca, seduto al tavolino di un bar insieme ad alcuni amici.

Fu allora che assistetti a una scena che non ho mai dimenticato. Mio padre scese dall’auto, lo prese da parte e gli disse di essere un maresciallo dei Carabinieri. Gli chiese nome e cognome. L’uomo cambiò completamente atteggiamento. Lo vidi impallidire. Balbettava, cercava di spiegare, diceva che gli dispiaceva, che aveva dei precedenti, che quella storia gli avrebbe creato grossi problemi. Pregava mio padre di lasciar perdere.
Lui lo guardò e gli rispose soltanto: “Poteva pensarci prima.”

Di fronte a quella scena provai una sensazione difficile da descrivere. Da una parte ero affascinato. Vedere mio padre che, con poche parole, riusciva a incutere timore a un energumeno come quello, aveva qualcosa di epico. Era la forza dell’autorità, non la sua, ma all’epoca non ero ancora in grado di distinguere le due cose e capire che quel tipo di forza può esprimersi attraverso di te, ma non ti appartiene realmente. È il tipo di forza dalla quale devi guardarti. Dall’altra parte, però, sentivo qualcosa che allora non sapevo spiegare. Mi sembrava di essere diventato come trasparente.

A distanza di anni, credo di aver capito.
Per tutta quella vicenda nessuno stava davvero guardando me. L’automobilista non vedeva un ragazzino che aveva sbagliato e che andava richiamato. Vedeva qualcuno su cui scaricare la propria rabbia. Mio padre, invece, non vedeva un figlio spaventato che aveva bisogno di essere ascoltato. Vedeva oltre me, vedeva un uomo che aveva osato superare un limite che lui riteneva intollerabile.
Io ero diventato il terreno sul quale due adulti stavano combattendo una partita che riguardava solo loro due.
Per anni ho pensato che mio padre fosse montato in macchina per difendermi. Oggi non ne sono più così sicuro. O, almeno, non credo che fosse quello il punto.

Da quell’episodio ho imparato quanto sia facile smettere di vedere le persone quando il nostro ego entra in partita. È una lezione che mi torna in mente ogni volta che mio figlio mi racconta qualcosa, ogni volta che mia moglie cerca un confronto, ogni volta che una discussione rischia di trasformarsi in una questione di principio.

Perché l’ego ha una caratteristica insidiosa: ci convince di stare difendendo un valore, quando spesso stiamo semplicemente difendendo noi stessi. E da quel momento l’altro smette di essere una persona e diventa un mezzo, un pretesto, il terreno sul quale affermare le nostre ragioni.

Forse diventare adulti significa proprio accorgersi quando sta succedendo e avere la lucidità di fermarsi. Chiedersi, prima di rispondere, chi abbiamo davanti. E ricordarsi che, a volte, la persona che ci parla non ha bisogno di una soluzione, di una lezione o di qualcuno che vinca la discussione.
Ha bisogno di non sentirsi trasparente.

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