Da qualche tempo ho ques’idea di tatuarmi sulla schiena la croce sanfedista. È un’immagine che appartiene alla storia dell’Armata della Santa Fede, all’insorgenza del 1799 contro la Repubblica napoletana e alla restaurazione borbonica. Dentro ci sono la religione, la monarchia, la controrivoluzione. Ci sono la violenza, la repressione, il sangue. Non è, insomma, il genere di immagine che ci si mette addosso senza essere disposti, prima o poi, a dare qualche spiegazione.

Non sono un neoborbonico. Non penso che il Regno delle Due Sicilie fosse una specie di paradiso mediterraneo, ricco e industrializzato, improvvisamente travolto dall’invasione piemontese e consegnato alla miseria. Diffido delle ricostruzioni storiche nelle quali basta scambiare di posto gli eroi e i cattivi per ottenere finalmente la verità. E diffido, ancora di più, quando una storia molto complessa diventa un repertorio di primati, locomotive, fabbriche e classifiche economiche utilizzate per dimostrare che prima che arrivassero gli altri stavamo benissimo.
La storia del Risorgimento può certamente essere guardata con occhi meno celebrativi di quelli con cui l’abbiamo imparata a scuola. L’unificazione italiana fu anche conquista militare, repressione, redistribuzione del potere e delle risorse. Ma riconoscere tutto questo non significa necessariamente accettare la narrazione opposta. Sostituire un mito nazionale con un mito neoborbonico significa cambiare mito, non fare storia.
Eppure, quando ascolto il Canto dei Sanfedisti, qualcosa dentro di me si muove. Mi appassiona la storia dell’Armata della Santa Fede. Mi commuovo quando vado a visitare le tombe degli ultimi Borbone alla Castagnevizza. E provo una strana emozione pensando che Francesco II, Francischiello, l’ultimo re delle Due Sicilie, abbia trascorso una parte dei suoi ultimi anni proprio qui a Gorizia.
So che è una coincidenza, ma le identità sono costruite anche scegliendo, tra le infinite coincidenze che ci offre la vita, quelle alle quali decidiamo di attribuire un significato. Io ho scelto quell’ultimo, sfortunato sovrano della Casa dei Borbone.
Una parte di me contesta la ricostruzione storica, un’altra ha bisogno che almeno qualcosa di quella storia sia vero. Non che i Borbone fossero necessariamente buoni sovrani. Non che Garibaldi fosse un invasore mandato al Sud per depredarlo delle proprie ricchezze. Non che senza l’Unità Napoli sarebbe oggi Monaco di Baviera con il mare. Qualcosa di molto più semplice e più difficile da dimostrare: che il Sud avrebbe potuto essere altro, che avrebbe potuto essere di più. Non solo e non necessariamente nei fatti, ma nel discorso pubblico.
Una volta, un’amica insegnante di scuola superiore mi raccontò dei ragazzi di origine albanese, nati e cresciuti in Italia, che si tatuano l’aquila bicipite, parlano dell’Albania con un orgoglio ostentato e rivendicano un’appartenenza a un paese nel quale molti di loro non hanno neppure vissuto. Mi sono chiesto perché un’identità ricevuta per via familiare possa diventare persino più visibile di quella di chi è rimasto nel luogo al quale quell’identità appartiene.
Forse è proprio quando la continuità s’interrompe che i simboli diventano importanti. Chi è rimasto non deve dimostrare di essere rimasto. Chi è partito – o è nato dopo la partenza degli altri – deve invece costruire dei ponti. Cerca nella storia antenati che non ha conosciuto e avvenimenti accaduti molto prima della propria nascita. Qualche volta esaspera persino i contorni dell’eredità ricevuta, proprio perché quella eredità non gli è stata consegnata insieme al territorio che l’ha prodotta.
La storia del Mezzogiorno ci è stata consegnata spesso attraverso il lessico della mancanza: arretratezza, povertà, emigrazione, criminalità. La questione meridionale. La Cassa del Mezzogiorno. Persino la parola questione finisce per suggerire che quel pezzo d’Italia sia qualcosa che deve essere spiegato e risolto.
Allora comprendo la tentazione di andare indietro fino a trovare un punto nel quale la storia sembra ancora aperta, un momento precedente alla sconfitta e alla marginalità. Un’immagine alla quale aggrapparsi per dire che non siamo sempre stati quello che ci avete raccontato.
I Borbone, da questa prospettiva, finiscono per essere qualcosa di più di una dinastia. Diventano un potente dispositivo simbolico, un’ancora identitaria.
Francesco II perse Napoli e venne a stare a Gorizia. Io sono cresciuto qui e, molti anni dopo, ho cominciato a percorrere idealmente la strada opposta, cercando nella storia di Napoli la parte della mia che avevo perduto.
E così eccomi, di nuovo, alla croce sanfedista.
Forse un giorno me la farò davvero tatuare sulla schiena. Ma non significherà che avrei voluto vivere sotto i Borbone. Non significherà che considero il cardinale Ruffo un eroe, né che penso che i sanfedisti avessero ragione e i giacobini torto. E certamente non renderà vera una ricostruzione della storia soltanto perché avrei bisogno che lo fosse.
Significherà semplicemente che, crescendo lontano dal luogo dal quale proveniva la mia famiglia, a un certo punto ho sentito il bisogno di voltarmi indietro e cercare qualcosa a cui aggrapparmi.
Ho trovato una lingua che non parlo bene, storie di una guerra combattuta due secoli prima che nascessi, un canto che è diventato la mia canzone preferita, un Re sconfitto e perfino, a pochi chilometri da casa mia, le tracce di una dinastia che credevo appartenesse a un altro pezzo d’Italia.
Non so se queste siano davvero le mie radici.
Ma non mi dispiacerebbe se lo fossero.
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