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Il blog di Oreste Patrone


La Geografia della Convenienza

Ieri sono andato alla Despar a comprare una cassetta di birra. Quindici bottiglie di Ichnusa non filtrata da mezzo litro, in offerta a 99 centesimi l’una. Non lo dico per fare pubblicità alla Despar, anche perché credo che l’offerta sia terminata. Lo dico perché mentre tornavo a casa con la cassetta sul sedile del passeggero, mi sono accorto di essere molto soddisfatto. Troppo, persino.

Il risparmio c’era, non dico di no: cinquanta centesimi a bottiglia fanno in totale sette euro e mezzo. Non proprio niente, ma nemmeno una somma capace di cambiare le sorti del bilancio familiare. E certamente non poteva bastare a spiegare il compiacimento con cui guidavo verso casa pensando alle mie quindici bottiglie di birra.
Ci ho pensato un po’ e mi è venuto in mente mio padre.

Quando andò in pensione, uno dei modi in cui impiegava il tempo liberato dal lavoro era andare a caccia di offerte. Non era tipo da sfogliare volantini, lui girava materialmente i supermercati e i centri commerciali della regione in cerca di occasioni. Aveva una sua geografia della convenienza, che variava di continuo.
A me questa cosa faceva sorridere.

Soprattutto mi domandavo se avesse mai provato a mettere nel conto la benzina. Non ero sicuro che attraversare il Friuli per risparmiare qualche centesimo su un cartone di latte fosse un’operazione finanziariamente impeccabile, anche se ne compravi un bancale. Ma credo che il punto fosse un altro, fosse che lui aveva tempo. Tanto tempo. E in qualche modo doveva riempirlo.

Ieri, tornando a casa con la mia cassetta di birra in offerta, ho capito cosa si prova. Non è soltanto il risparmio – probabilmente non lo era neanche per lui. Era aver trovato l’offerta, aver comprato bene. Tornare a casa con la sensazione impagabile di aver fatto un affare, anche quando un calcolo appena un po’ più pignolo, che tenesse conto di tutte le voci di costo, avrebbe rivelato facilmente il contrario.  

La cosa interessante è che questo pensiero, un tempo, mi avrebbe probabilmente inquietato. Per molti anni la somiglianza con mio padre mi ha fatto paura. Non perché fosse un uomo terribile, ma perché quando siamo giovani tendiamo a considerare le somiglianze come una specie di profezia. Riconosci in te un gesto, un modo di reagire, un difetto di tuo padre e improvvisamente ti sembra di intravedere il tuo futuro. E allora prendi le distanze. Cerchi di essere diverso. Qualche volta persino quando non ce ne sarebbe bisogno. Correggi una postura non perché sia sbagliata, ma perché è la sua. Ti imponi una scelta perché lui avrebbe fatto quella opposta. Costruisci una parte della tua identità per sottrazione: questo no, perché era lui.

Il problema è che anche questo è un modo di assomigliargli. Se per non diventare qualcuno hai bisogno di fare sistematicamente il contrario di ciò che avrebbe fatto lui, quel qualcuno continua a decidere una parte della tua vita. Per molto tempo ho creduto che per essere diverso da mio padre dovessi difendermi dalle cose che avevamo in comune. Oggi penso quasi il contrario. Solo quando ho smesso di avere paura delle nostre somiglianze ho potuto scegliere davvero le nostre differenze. Perché alcune cose di lui sono rimaste dentro di me. Alcune mi piacciono, altre meno. Alcune le ho corrette. Alcune probabilmente non riuscirò mai a correggerle.

Invecchiando mi accorgo che gli assomiglio più di quanto avrei voluto ammettere quando ero giovane. E, sorprendentemente, questa cosa non mi dispiace più. Forse perché non ho più bisogno di stabilire continuamente dove finiva lui e dove cominciavo io. Posso riconoscere un suo gesto nelle mie mani senza pensare che quelle mani abbiano smesso di essere mie. Posso perfino ripensare con una certa tenerezza a quell’uomo che aveva molto tempo e attraversava la regione per comprare il latte in offerta.

È strano che certe riconciliazioni arrivino così. Non davanti a una vecchia fotografia, non il giorno di un anniversario, non attraverso uno di quei ricordi ai quali deliberatamente affidiamo il compito di commuoverci. A volte arrivano uscendo da un supermercato. Quelle quindici bottiglie, alla fine, valgono molto più dei cinquanta centesimi che ho risparmiato su ciascuna. Perché ho finalmente potuto assomigliare un po’ a mio padre senza sentirmi meno me stesso, grazie a quei cinquanta centesimi.
Che comunque non sono pochi.

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