L’idea che informarsi significhi entrare semplicemente in possesso di alcune informazioni è sbagliata. Leggere una sentenza, una direttiva europea, uno studio scientifico o un articolo specialistico non significa automaticamente comprendere una materia. Significa, semmai, entrare in contatto con uno dei frammenti di una costruzione spesso molto ampia, fatta di interpretazioni, correzioni, errori superati, evoluzioni tecniche, mutamenti culturali, conflitti teorici e progressive stratificazioni del sapere.
Chi lavora da anni in un settore tecnico o giuridico lo vede continuamente. Molte persone sono sinceramente convinte di aver compreso questioni estremamente complesse dopo aver letto un precedente giurisprudenziale o una norma isolata. Ma quel testo, spesso, è solo uno dei tanti livelli sedimentati nel tempo attorno a un argomento. È una voce dentro una conversazione molto più lunga. Lo “stato dell’arte” non nasce dal nulla. È il risultato di una stratificazione.
Ogni conoscenza consolidata è figlia di decenni di studi, verifiche, errori, intuizioni corrette e intuizioni smentite. Me ne sto rendendo conto ancora di più negli ultimi mesi, mentre sto dedicando molto tempo alla ricostruzione degli studi sull’evoluzione scientifica delle discariche e del loro comportamento nel tempo. Ciò che oggi consideriamo acquisito deriva da un percorso lungo, spesso tortuoso, nel quale modelli teorici, osservazioni empiriche, esperienze operative e discipline diverse hanno progressivamente costruito un sapere condiviso. Ci sono persone che hanno dedicato anni a studiare un fenomeno, a raccogliere dati, a fare ipotesi. E per ogni ipotesi che veniva confermata ce n’erano magari due smentite. Il percorso di ricerca non è una passerella scintillante verso la verità, ma una discesa nell’incertezza accompagnati dall’idea di un risultato che spesso esiste solo come speranza. Non esiste quasi mai una verità immediata, che emerge all’improvviso da un documento letto in modo isolato. Invece, ci confrontiamo spesso con persone convinte che basti molto meno, che la verità su certi argomenti sia una preferenza e, come tale, opinabile. Ma la scienza, insegnava Piero Angela, non è democratica e tocca farsene una ragione.
Il problema è che abbiamo iniziato a confondere l’accessibilità delle informazioni con la padronanza delle materie. Il fatto che un contenuto sia disponibile online non significa che sia comprensibile da chiunque nel suo contesto reale. Anzi, molto spesso senza gli strumenti interpretativi adeguati si rischia di coglierne soltanto la superficie, finendo poi per costruire convinzioni granitiche su basi fragilissime.
Questo, però, non vuol dire che la conoscenza di quell’argomento debba diventare un argomento elitario. La conoscenza non dovrebbe mai essere usata per intimidire, escludere o umiliare chi non possiede determinate competenze. Ho scritto tempo fa, su Ambiente Comunità Sostenibili, che uno dei compiti più importanti di chi conosce una materia dovrebbe essere proprio quello di renderla intellegibile, avvicinabile, comprensibile anche a chi non la padroneggia. La competenza dovrebbe costruire ponti, non alzare muri.
Ma questo sforzo deve essere reciproco.
Accanto al dovere di spiegare esiste anche quello di ascoltare.Perché se tutti siamo convinti di poter costruire autonomamente competenze solide su temi estremamente complessi soltanto attraverso qualche ricerca su Google — o, peggio ancora, affidandoci ai modelli di intelligenza artificiale — il confronto pubblico rischia inevitabilmente di deteriorarsi.
E dico “peggio” non perché questi strumenti siano inutili, ma perché molti utenti ne ignorano i limiti. I modelli linguistici possono sbagliare, possono inventare riferimenti inesistenti, possono restituire risposte formulate in modo convincente pur essendo inesatte. E, soprattutto, tendono spesso a compiacere l’utente, restituendo formulazioni compatibili con ciò che egli desidera sentirsi dire.
Il rischio, allora, è quello di trasformare ogni discussione in una collisione tra convinzioni individuali non verificate, dove la sensazione soggettiva di aver “capito” vale quanto anni di studio, esperienza pratica e confronto critico con una comunità scientifica o professionale.
Ma la conoscenza autentica funziona diversamente.
Richiede tempo. Richiede dubbio. Richiede la capacità di accettare che ciò che sappiamo oggi sia il risultato provvisorio di una lunga costruzione collettiva.
E richiede, soprattutto, un po’ di umiltà.
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