Il 25 aprile rappresenta la linea di faglia tra due narrazioni opposte e ben note. Scegliere di parlarne significa quasi sempre sceglierne una, sfidando l’altra. Non credo che esistano grosse possibilità di mediazione, almeno quanto mi riguarda. Ho capito tuttavia che si può guardare la Liberazione per quello che è stata, senza senza omissioni. Con l’onestà intellettuale di non rinnegare gli errori, ma anche il rifiuto di tutte quelle semplificazioni che vorrebbero impoverire la portata storica del fenomeno.
La Liberazione non è un racconto morale perfetto. Non è una narrazione senza ombre. È la fine di un regime e di un sistema — il fascismo e l’occupazione nazista — che avevano negato libertà fondamentali, perseguitato, deportato e trascinato il Paese dentro una guerra devastante.
Possiamo dissentire. Possiamo discuterne a lungo. O possiamo limitarci a constatare che se oggi siamo qui, a parlarne liberamente, è perché qualcuno — con il proprio impegno e, spesso, con il proprio sacrificio — ha reso possibile questa libertà.
“Durante la Liberazione si sono commessi crimini orribili!”
È vero. Ma c’è differenza tra riconoscere un crimine esecrabile e usarlo come leva per mettere in discussione l’esito complessivo di un processo storico così complesso. Prendere una crepa e dichiarare compromessa l’intera struttura non è onestà intellettuale. È una scorciatoia.
Le responsabilità non si compensano, non si annullano a vicenda. Riconoscere quei crimini non significa riscrivere il senso della Liberazione. Significa, al contrario, prenderla sul serio fino in fondo, accettando che anche dentro un processo storicamente necessario e giusto possano essersi consumate ingiustizie che restano tali, senza alcuna possibilità di riabilitazione e soprattutto senza cambiare il segno di ciò che è accaduto.
Il 25 aprile è il momento in cui questo Paese ha scelto la libertà.
Una scelta che, comunque la si voglia raccontare, è ciò che ancora oggi ci permette di discutere, anche duramente, del 25 aprile.
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