Qualche giorno fa, un amico con cui ho condiviso molte uscite in bicicletta mi ha chiesto se tornerò mai a pedalare come una volta. È una domanda che mi viene rivolta spesso, soprattutto da chi vede che non pubblico più fotografie di giro e percorsi come facevo prima.
La risposta più semplice sarebbe dire che i miei interessi cambiano [ed è vero]. Mi conosco abbastanza da sapere che quando qualcosa accende la mia curiosità tendo a dedicarle una quantità di energie che rasenta l’ossessione. È sempre stato così. Ci sono periodi in cui una passione occupa quasi tutto lo spazio disponibile e altre in cui arretra sullo sfondo lasciando posto ad altro.
Sarebbe tuttavia una spiegazione incompleta. La verità è che, negli ultimi anni, avevo progressivamente smesso di provare piacere nell’andare in bicicletta. O meglio, il piacere esisteva ancora durante l’uscita, ma non era più lui a farmi uscire di casa. A spingermi era la paura di restare indietro con i chilometri su Strava, di perdere allenamento. Era l’idea di dover mantenere uno standard di prestazione crescente o, quantomeno, costante. Era quella logica performativa che per gran parte della mia vita avevo guardato con sospetto e che alla fine si era insinuata anche lì.
A un certo punto quella molla si è rotta. Persa la spinta competitiva, mi sono accorto che non avevo più alcun desiderio di uscire in bicicletta con la stessa assiduità. E ho smesso di forzarmi. Oggi ci vado quando ne ho voglia: un’ora, due ore, magari meno. Magari niente. Senza programmi, senza classifiche, senza obiettivi.
Contemporaneamente, è arrivata Kyra. Con lei ho scoperto qualcosa che non mi aspettavo. Una forma di condivisione che mi appaga più di quanto avrei mai immaginato. Passeggiare insieme, esplorare un bosco, osservare le sue reazioni al mondo, costruire giorno dopo giorno una relazione. Tutto questo ha occupato uno spazio che prima apparteneva ad altro, e non lo considero una perdita.
Poi c’è la scrittura.
Nell’ultimo anno, la scrittura tecnica mi ha dato soddisfazioni che fino a poco tempo fa non avrei nemmeno osato immaginare. Articoli pubblicati, confronti stimolanti, nuove opportunità, nuove sfide. Scrivo molto. E certamente la mia inclinazione a calarmi completamente in ciò che mi appassiona gioca un ruolo importante. Tuttavia, c’è anche un altro aspetto. Leggere e scrivere sono attività che posso svolgere a casa. E in questa fase della mia vita stare a casa ha assunto un valore particolare, di presidio. Tendo ad allontanarmi poco, a restare nei dintorni, a dedicare il mio tempo a ciò che accade tra queste quattro mura.
Spesso ci identifichiamo talmente tanto con ciò che facciamo da finire per credere che smettere significhi tradire noi stessi. Il ciclista deve continuare a essere ciclista. Lo scrittore deve continuare a scrivere. L’escursionista deve continuare a camminare. Come se ogni interesse fosse un’identità da difendere anziché una stagione da vivere. In questo, credo che i social abbiano avuto il loro peso, perché hanno creato un processo di costruzione identitaria basato sulla stratificazione dei contenuti. Non ci identifichiamo più solo con quello che facciamo, ma con quello che postiamo.
Siamo fatti di tante cose, magari non una moltitudine come diceva Whitman, ma tante. Alcune rimangono per tutta la vita, altre avanzano e arretrano come le maree. Alcune ritornano dopo anni di silenzio, altre se ne vanno per sempre senza che questo rappresenti una sconfitta.
Oggi va così.
Leggo di più, scrivo di più, sto più tempo con Kyra. E sto più tempo a casa.
Domani potrebbe essere diverso.
Forse tornerò a macinare chilometri in bicicletta, forse no. Ma non credo che il valore di una passione si misuri dalla sua permanenza. A volte il suo valore sta semplicemente nell’averci accompagnato per un tratto di strada, lasciandoci qualcosa di bello prima di fare spazio ad altro.
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