C’è una parola ingiustamente maltrattata dai nostri tempi. Una parola che personalmente, invece, adoro. È “mediocre”. Mi piace persino il suono. Deriva dal latino mediocris, composto da medius [medio, che sta nel mezzo] e ocris [una roccia o rupe scoscesa], indicando originariamente qualcosa che si trova a metà strada, una misura o qualità media. Mediocre è colui che sta a mezza montagna. Non in vetta, certo. Ma nemmeno a fondo valle.
La adoro perché contrasta con la filosofia performativa che ha avvelenato il nostro mondo. Abbiamo costruito una civiltà ossessionata dall’impresa, dall’accumulo e dal successo. Ogni passione, ogni interesse deve essere misurato e ottimizzato. Hobby, parola anglosassone e meravigliosamente pigra, è stata snaturata. L’espressione da cui origina la parola era to ride one’s hobby horse. Si usava per descrivere qualcuno che parlava incessantemente di un argomento preferito o che si dedicava ossessivamente a un’attività non produttiva. Con il tempo, si è accorciata nel solo hobby, perdendo la connotazione infantile e diventando il termine che conosciamo tutti. Il problema è che insieme alla connotazione infantile è andata persa anche quella gioia pura, associata alla pratica del passatempo, che non produce nulla se non sé stessa.
Michel de Montaigne, rivendicava l’ozio come momento di libertà estrema. Per lui, ammettere di annoiarsi non era un segno di fallimento, ma un atto di onestà intellettuale. Egli passava intere giornate nella sua torre a leggere senza prendere appunti, a pensare senza concludere, a vivere senza argomentare. Un fallimento, secondo gli attuali criteri.
Un uomo libero, secondo i suoi [e i miei].
Keats, uno dei maggiori esponenti del Romanticismo inglese, morendo a ventisei anni, scrisse che voleva che sulla sua lapide non comparisse il suo nome — solo Here lies one whose name was writ in water. Una vita scritta sull’acqua, senza traccia, senza eredità. Eppure noi continuiamo a leggerlo e celebrarne la grandezza.
L’ironia è perfetta. E lui, probabilmente, l’avrebbe apprezzata.
Rivendicare la mediocrità non è rassegnarsi. È un atto di resistenza contro un sistema che vuole trasformare ogni momento vissuto in un momento da rendicontare. È l’ambizione nella sua forma più pura e più esigente, perché desiderare l’esperienza senza desiderare la reputazione richiede la capacità di trovare la cosa sufficiente in sé stessa.
In cima all’ocris fa freddo e c’è poca gente con cui parlare.
A mezza salita, la vista è comunque bella e ci si può sedere. Quello che nessuno ti dice, però, è che la mediocrità felice è più rara e più faticosa del disimpegno. E che in un mondo che ha scelto la rinuncia, potresti trovarti solo anche lì, lontano sia dai fanatici della competizione che si litigano la vetta, sia dagli ignavi di fondovalle. Non un bel vivere, in realtà.
Del resto, potrebbe andare peggio.
Potrebbe piovere.
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