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Il blog di Oreste Patrone


La forma che prendiamo

C’è un filone del moderno pensiero motivazionale, molto popolare sui social, secondo cui la nostra vita è il risultato delle scelte che compiamo quotidianamente. In parte, mi trova d’accordo. Ci sono decisioni, piccole e grandi, che orientano il nostro percorso, relazioni che scegliamo di coltivare, strade che decidiamo di prendere, occasioni che accettiamo o rifiutiamo. Ma una parte altrettanto importante di ciò che siamo nasce da ciò che non abbiamo scelto.

Siamo un po’ come una materia plastica che viene modellata nagli stampi della vita. Le pressioni esterne, il contesto in cui cresciamo, gli incontri che facciamo, tutto contribuisce a darci una forma. Sarebbe rassicurante pensare di essere gli unici artefici di noi stessi, ma non sarebbe giusto. E soprattutto non sarebbe vero. Una parte della nostra identità è plasmata inevitabilmente dal mondo che ci circonda.

Per molto tempo mi sono chiesto se alcune mancanze dei miei genitori o certi loro comportamenti che hanno inciso sulla mia formazione affettiva, avrebbero potuto essere diversi. Recentemente ho capito che è una domanda che conduce a un vicolo cieco. Non perché la risposta sia impossibile da trovare, ma perché, in fondo, ciò che loro sono stati e il modo in cui ci siamo incontrati e scontrati hanno contribuito a costruire la persona che sono oggi. Che non vuol dire una persona perfetta, né la migliore che potessi diventare, solo il risultato di un processo di cui ho potuto scegliere solo parte dei fattori. Anche le idee che ho maturato in opposizione alle loro. Anche le convinzioni che sono nate proprio dal pensare che, in certe circostanze, stessero sbagliando.

In fondo, ogni persona che incontriamo ci lascia qualcosa. Non soltanto i genitori, ma gli amici, i colleghi, gli sconosciuti incrociati per pochi minuti. Alcuni ci mostrano ciò che vorremmo diventare, altri ci insegnano ciò che non vorremmo essere. Impariamo per imitazione, ma impariamo anche per differenza.

Molte delle circostanze che ci plasmano possono sembrarci ingiuste proprio perché non le abbiamo scelte. Ma oggi credo che il punto non sia stabilire se ciò che ci è accaduto fosse giusto o sbagliato. Il punto è che la nostra identità nasce dall’incontro e dal dialogo tra ciò che ci succede e il modo in cui decidiamo di reagire. Per questo ho smesso di interrogarmi su come le cose sarebbero potute andare. Perché, alla fine, sono proprio le risposte che abbiamo dato alle circostanze della vita, più ancora delle circostanze stesse, a definirci. E guardando il percorso compiuto fin qui, mi accorgo che va bene così. Anche perché il percorso non è finito e prendere atto di dove sono è solo un modo per riconoscere il valore della strada che mi ci ha portato, un valore che è difficile apprezzare quando ci sei dentro.

Ogni tanto vale la pena di fermarsi.
E, tutto sommato, anche di ringraziare. Quelli che abbiamo incontrato, quelli che sono rimasti e quelli che se ne sono andati, quelli che abbiamo trattenuto e quelli che abbiamo respinto, quelli che ci hanno insegnato qualcosa e quelli che non ci hanno insegnato niente, quelli che hanno cambiato la nostra vita, quelli a cui l’abbiamo cambiata, quelli che sarebbe stato meglio perderli piuttosto che trovarli, quelli che ci hanno ferito, quelli che ci hanno curato, quelli che ci hanno visto piangere e quelli che ci hanno visto ridere, quelli che conoscono i nostri peccati, quelli che a malapena conoscono il nostro nome, quelli che ci hanno amato, quelli che ci hanno sopportato, quelli che ci hanno deluso, quelli che ci hanno accolto, quelli che ci hanno chiuso una porta in faccia, quelli che sono arrivati troppo presto e quelli che sono arrivati troppo tardi, quelli che abbiamo cercato per una vita e quelli che abbiamo trovato per caso, quelli che ci hanno lasciato, quelli che ricordiamo ogni giorno e quelli di cui abbiamo dimenticato persino il nome.

Perché tutti, in un modo o nell’altro, ci hanno lasciato qualcosa, contribuendo a realizzare lo stampo che ci ha dato la nostra forma attuale. Non diventiamo ciò che siamo da soli, ma attraversando gli altri e lasciandoci attraversare da loro. Grazie. Non perché sia stato bello — Dio sa quanto non lo sia stato, in certi momenti — ma perché è stato parte necessaria del viaggio.

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