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Il blog di Oreste Patrone


Il rammarico e il sollievo

Una volta ho scritto che se incontrassi il me stesso che sognava di compiere cinquant’anni, gli direi di imparare a dire di no, perché i “no” tracciano confini importanti e i confini permettono di crescere. Io non sono stato molto bravo a dirli — ne ho detti pochissimi nella mia vita, soprattutto dentro la famiglia, finendo per caricarmi di responsabilità che non erano mie e di preoccupazioni che non avrei dovuto portare. I genitori, per primi, dovrebbero saper capire che i figli non vanno coinvolti in certe dinamiche. Purtroppo non tutti ci riescono, non tutti lo capiscono.

Per non restare invischiato in certi meccanismi ho cominciato a ritirarmi, a concedere sempre meno spazio, anche al dialogo, fino a fare di questa ritrazione una specie di tratto distintivo del mio comportamento sociale. È una cosa che a molti sfugge, perché ho imparato a dissimularla e cerco, in genere, di essere affabile. In realtà tendo a mantenere una distanza significativa dagli altri. È raro che qualcuno entri davvero nella mia vita, dentro lo spazio più intimo della mia bolla, che è piuttosto ampia e molto sorvegliata. Ho dovuto imparare a proteggermi.

E a un certo punto non conta neppure più se il rischio da cui ti difendi sia reale o soltanto percepito. Conta il fatto che ogni prossimità attivi comunque un meccanismo di difesa. È anche per questo che tendo a tenere le persone fuori dalla mia vita, oppure a lasciarle entrare solo in ambiti delimitati nei quali posso controllarle. 

Questo, però, comporta dei rischi. Il rischio che, col tempo, le persone si accorgano che non fanno davvero parte della tua vita, che i loro tentativi di avvicinarsi vengono frustrati dai tuoi arretramenti, dai tuoi rifiuti, dai tuoi continui tentativi di cercare riparo dietro una scusa. E se quelle persone hanno un’idea del rapporto umano fondata su una prossimità più piena, più concreta, fatta di tempo condiviso e di occasioni di incontro, finisce spesso che si stanchino. Si stanchino di te e smettano di cercarti.

Questa cosa mi ferisce, perché so che alla base c’è una mia rigidità. C’è una distanza tra me e l’altro, certo, ma c’è anche la consapevolezza di essere fatto in un certo modo e di rifiutare non tanto l’idea del cambiamento, quanto il rischio che il cambiamento comporta. Il rischio di lasciare uscire le persone da quel recinto dentro cui le ho confinate per sentirmi al sicuro.

Molte persone se ne sono andate. Alcune me lo hanno anche detto: tu non mi vuoi davvero nella tua vita. Se da un lato questo mi ferisce, dall’altro mi accorgo che, nonostante tutto quello che ho migliorato di me stesso, questo è ancora un punto su cui non sono riuscito a cambiare. Così assisto all’allontanarsi delle persone con uno strano misto di rammarico e sollievo. Mi dispiace, ma nello stesso tempo mi sento come se mi fossi liberato di un peso.

Le persone se ne vanno e io proseguo per la mia strada, qualunque essa sia, dicendomi che i bisogni affettivi degli altri non sono una mia responsabilità, che se quello che posso dare non è abbastanza per loro non è un mio problema. Ho imparato che sopravvivere a quello che ho perso è più facile che lottare per trattenerlo, che affrontare una persona ferita dal mio atteggiamento è più faticoso che cambiarlo. Nondimeno, rimane una parte di me, sempre più piccola, che ne soffre. Come se rimpiangesse le possibilità relazionali e affettive che il cambiamento potrebbe offrirmi. Non so se questa sarà una delle cose sulle quali dovrò lavorare in futuro. Provare ad aprirmi di più, a fidarmi di più. Potrebbe essere uno dei passi per uscire, un po’ alla volta, dal mio spazio sorvegliato.
Potrebbe.

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