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Il blog di Oreste Patrone


Le libertà di scrivere

Scrivo tanto. Troppo, probabilmente.
Tuttavia non credo di aver mai davvero scelto di farlo. È più una necessità, quasi un’urgenza. Ho la testa continuamente piena di cose che vorrei dire. Pensieri, collegamenti, domande, entusiasmi, cose minuscole che improvvisamente mi sembrano enormi e cose enormi che sento il bisogno di guardare da mille angolazioni. È come avere sempre qualcosa che spinge per farsi sentire. E, a pensarci bene, credo di essere sempre stato così.

Mi ricordo mio padre quando ero bambino. Io parlavo, parlavo tantissimo. Gli raccontavo quello che avevo pensato, quello che avevo scoperto, quello che mi era successo, probabilmente anche quello che non gli interessava minimamente. E ogni tanto lui faceva una certa faccia.
Pover’uomo, probabilmente non ne poteva più di sentirmi.

Forse scrivere è stata semplicemente la soluzione che ho trovato crescendo, perché mi permette di continuare a parlare senza costringere nessuno ad ascoltarmi. Posso mettere qui tutto quello che mi attraversa, dargli una forma, cercare le parole giuste, seguirlo fin dove mi porta. Poi lo lascio andare.

Chi vuole leggere, legge.
Chi si annoia può fermarsi alla seconda riga.
Chi non è interessato può passare oltre.
Nessuno deve fare sì con la testa aspettando che io finisca e nessuno è costretto ad alzare gli occhi al cielo.
Io, però, ho detto quello che avevo bisogno di dire. E forse ho capito anche perché, negli ultimi tempi, ho ricominciato a farlo così tanto.

Per troppo tempo ho dato retta a chi mi spiegava come avrei dovuto scrivere. Sia chiaro: se ci tieni a farlo bene, scrivere non significa solo lasciare uscire quello che hai dentro, così come viene. Quello si chiama evacuare ed è un’altra cosa. Scrivere è una tecnica, fatta di ritmo, lessico, costruzione; comporta sacrifici e scelte a volte difficili. Come per esempio sacrificare una frase bellissima, alla quale ai dedicato i tuoi minuti migliori, ma che ha per questo per diventare un mondo a sé, che compete col contesto invece di arricchirlo. È il monito di Sir Arthur Quiller-Couch, scrittore e critico letterario inglese, che scrisse: «Ogni volta che sentite l’impulso di comporre un pezzo di scrittura eccezionalmente raffinato, assecondatelo — con tutto il cuore — e cancellatelo prima di mandare il manoscritto alle stampe. Uccidete i vostri cari.» – On the Art of Writing (Cambridge, 1913-1914)
La tecnica, nondimeno, dovrebbe servire a dare forma a quello che abbiamo da dire, non diventare la gabbia dentro la quale decidiamo se abbiamo il diritto di dirlo. E credo che anche Sir Arthur ne converrebbe, se fosse qui.

A me era successo questo. Ero diventato talmente critico con me stesso che non riuscivo a mettere giù neppure una riga senza trovarla sbagliata, insoddisfacente, non all’altezza delle aspettative che avevo costruito sulla mia scrittura. Che nel frattempo era scomparsa del tutto, perché di fatto non scrivevo più. Non uccidevo i miei cari: gli impedivo di nascere. Potevo essere critico perché della mia scrittura era rimasta solo un’ossatura di regole e di schemi, che tuttavia non riuscivo a riempire con nulla.

A un certo punto mi sono stufato. Ho detto basta.
Ho smesso di chiedermi continuamente se quello che scrivo sia abbastanza bello, abbastanza originale, abbastanza interessante. Ho smesso soprattutto di pensare che ogni cosa che scrivo debba dimostrare qualcosa sul mio valore.

È stato allora che ho scoperto la libertà meravigliosa di poter scrivere anche qualcosa di mediocre. Una cosa che magari fra sei mesi non mi piacerà più. Una cosa che non verrà ricordata da nessuno. Una cosa che leggeranno in cinquanta, in cinque o forse nessuno. Non importa.

La scrittura, per me, non è una gara nella quale ogni pagina deve giustificarsi o scusarsi per la propria esistenza. È il posto in cui posso finalmente lasciare uscire tutto quello che per anni ho cercato di disciplinare, correggere, rendere presentabile.

E così in quella testa affollata che mi porto dietro da quando ero bambino, per un momento, si fa un po’ di silenzio. Almeno fino alla prossima cosa che avrò bisogno di raccontare.

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