Quando è mancato mio padre, io e mia sorella ci siamo trovati a fare i conti, oltre che col dolore del lutto, anche con l’aspetto più pratico e materiale legato alle sue pendenze finanziarie.
Sarà capitato a tanti.
Non c’era niente di scandaloso e niente di sbagliato. Non aveva fatto nulla che una persona normale non faccia quando pensa di avere ancora del tempo davanti: una rata, un impegno, qualcosa che pagheremo domani perché diamo per scontato che un domani ci sarà.
Solo che qualche volta il tempo finisce senza avvisarti e non ti dà modo di sistemare le cose.
Credo sia stato allora, davanti a quegli estratti conto che mi chiedevo come avrei dovuto pagare, che ho cominciato a guardare i soldi in maniera diversa. Facendo fronte a impegni che non avevo preso, ma ai quali dovevo provvedere mio malgrado, ho capito che i debiti si pagano, i soldi si spendono, le case prima o poi passano ad altri. Quello che una persona ci lascia davvero è altro. È la differenza tra eredità e patrimonio.
Passiamo una parte enorme della nostra vita a preoccuparci dei soldi, a temere che non siano abbastanza. Siamo cresciuti in una narrazione che fa coincidere la quantità di denaro che possediamo con la misura della nostra tranquillità, della nostra libertà e, talvolta, persino della nostra felicità.
Quando i soldi non bastano per una casa, per mangiare, per curarsi, per crescere un figlio o semplicemente per vivere senza la paura costante del giorno dopo, la loro mancanza pesa e pesa terribilmente. Il denaro può comprare sicurezza, possibilità e tempo. Chi dice che non conta, che non è importante, probabilmente non ha mai dovuto preoccuparsi davvero di non averne abbastanza. Ma qui non parliamo di questo.
Continuiamo a pensare al denaro come se ogni euro trattenuto avesse un valore in sé. Come se alla fine ci fosse un conto da presentare e vincesse chi è riuscito a conservarne di più.
Poi muore qualcuno e improvvisamente capisci che i soldi non hanno un valore finale. Servono per vivere. Servono per stare tranquilli e magari, quando è possibile, per concedersi uno sfizio.
Sono uno strumento. Nient’altro.
I dieci euro ai quali rinunci per fare un po’ di bene non sono dieci euro che un giorno ti ritroverai da qualche parte. Non siamo mica faraoni. Non ci seppelliranno con l’oro perché possiamo essere ricchi nella prossima vita. Io, peraltro, non lo sono stato neanche in questa.
Allora tanto vale dircela fino in fondo: prima o poi dobbiamo tutti crepare. E quando toccherà a me, non credo conterà molto quanto sarò riuscito a trattenere. Vorrei, invece, che da qualche parte fosse rimasto qualcosa di me, di buono. Una persona che, magari per un momento, si è sentita meno sola. Un animale che ha mangiato, è stato curato o ha avuto un posto al caldo dove stare. Qualcuno che ha ricevuto qualcosa senza dover dare niente in cambio.
O magari soltanto dieci euro arrivati nel momento giusto.
Sono cose piccole, ma alla fine penso che sia questo ciò che possiamo lasciare davvero: il poco di bene che siamo riusciti a fare mentre eravamo qui.
E io vorrei che il mio fosse il più possibile.
Per quanto poco.
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