Ogni tanto, scrollando il feed dei social, mi capita di imbattermi in una famiglia che racconta la propria vita in chiave comica. Padre, madre, uno più figli, qualche volta il cane. Spesso sono banali episodi domestici, insignificanti in sé, scenette, più che scene di vita quotidiana.
Poi continuo a scorrere e ne trovo un’altra. E un’altra ancora.
A un certo punto mi sono accorto che non si assomigliano soltanto perché raccontano tutte la vita familiare. Fanno proprio le stesse cose. Replicano lo stesso meme, usano lo stesso audio, mettono in scena lo stesso dialogo, riprendono format diventati virali e li adattano, non sempre con esiti felicissimi, ai componenti della famiglia.
Ci ho riflettuto e non credo che sia solo un problema di mancanza di fantasia. Qualcuno fa qualcosa che funziona e migliaia di persone lo copiano nella speranza di ottenere lo stesso risultato.
La cosa mi ha incuriosito e ho fatto quello che faccio sempre in questi casi: sono andato a cercare qualche studio, per capire se qualcuno avesse già provato a spiegare perché succede.
Ne ho trovato uno, interessante, di Diana e David Zulli, pubblicato su New Media & Society, nel quale gli autori hanno usato l’espressione imitation publics: pubblici che si formano anche attraverso l’imitazione e la replicazione. Secondo gli autori, questa logica mimetica non dipende soltanto dal comportamento degli utenti, ma è incorporata nel funzionamento stesso della piattaforma, nei suoi strumenti e nelle sue convenzioni.
In altre parole, TikTok non ci ha dato soltanto uno spazio nel quale raccontarci. Ci ha fornito anche una quantità enorme di forme già pronte attraverso cui farlo.
Il meme, il POV, l’audio virale, la reaction sono strutture narrative riconoscibili. Noi ci entriamo con le nostre facce, le nostre case, le nostre storie. Raccontiamo ciò che abbiamo di più personale utilizzando forme che condividiamo con migliaia di sconosciuti. Prendiamo qualcosa che appartiene a tutti e lo decliniamo su noi stessi.
Video dopo video, ogni componente finisce per assumere un ruolo. Il padre distratto e pasticcione. La madre pragmatica che ha le soluzioni per tutto. Il figlio adolescente insofferente e disordinato. La bambina terribile, ma adorabile. Il cane che osserva perplesso le stranezze degli esseri umani. Persone che diventano personaggi della rappresentazione pubblica della propria famiglia.
Su questo fenomeno esiste ormai persino una letteratura specifica. Si parla di sharenting, dall’unione di sharing e parenting, per indicare la condivisione online da parte dei genitori di immagini, video e informazioni sui propri figli. Quando questa condivisione diventa sistematica, la vita familiare non viene più semplicemente documentata: diventa una narrazione continuativa destinata a un pubblico.
E tu, allora? Non pubblichi sempre le foto delle tue passeggiate col cane? O gli articoli?
Mi aspettavo questa obiezione e sono arrivato al punto preparato.
Sono anch’io un utente molto attivo, sui social. Ci racconto la mia relazione con Kyra, i giri in bicicletta, le cose che scrivo, la malattia di mia moglie e, in generale, tutto quello che colpisce la mia attenzione e mette in modo un processo di analisi.
Quello che scaturisce da questo processo è anch’esso una forma di rappresentazione. Scelgo io cosa mostrare, cosa lasciare fuori, quale fotografia pubblicare e con quali parole comporre al didascalia. Costruisco anch’io il racconto di me.
Tuttavia, la differenza non è tra chi si racconta sui social e chi non lo fa. È nel momento in cui il racconto interviene.
Una cosa è vivere qualcosa e accorgersi, magari dopo, che vale la pena raccontarla. Un’altra è imbattersi una forma narrativa — un meme, un audio, un format — e portarla dentro la propria vita, coinvolgendo le persone che ne fanno parte.
Nel primo caso l’esperienza diventa racconto. Nel secondo, il racconto genera l’esperienza che verrà mostrata.
Forse è per questo che quelle famiglie mi sembravano tutte così simili.
Non stavano raccontando la stessa vita. Stavano usando lo stesso linguaggio per raccontare vite diverse.
So quanto tempo impiego io per produrre qualcosa da pubblicare.
Scrivere un testo, scegliere una fotografia o generare un’immagine decente con l’IA, sistemarla, rileggerla. E vedendo persone che producono con continuità video di quel tipo — bisogna pensarli, coinvolgere gli altri, girarli, magari ripeterli e poi montarli — ho cominciato a chiedermi quanto tempo, complessivamente, stiamo dedicando a tutto questo.
Naturalmente lo facciamo per ragioni diverse. Per divertirci, per raccontarci, per essere visti, per sentirci parte di qualcosa; qualcuno anche per guadagnarci. Il punto non è se quel tempo sia speso bene o male. Il punto è che tutto quel tempo, tutte quelle piccole produzioni individuali, tutte quelle ore disperse tra milioni di persone alimentano piattaforme il cui valore dipende precisamente dal fatto che continuiamo a produrre qualcosa che qualcun altro continuerà a guardare.
Pensavo di stare guardando persone che replicavano lo stesso contenuto divertente, più o meno bene. In realtà stavo guardando una quantità enorme di persone che mettevano a disposizione, un video dopo l’altro, qualcosa di molto più prezioso.
Il proprio tempo.
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