Le recenti immagini del centro di Milano devastato hanno turbato molti di noi. Pochi giorni fa, il governo ha varato un decreto-legge con misure straordinarie a tutela dell’ordine pubblico – a tale proposito, suggerisco la lettura dell’articolo di Massimiliano Mancini, pubblicato in questi giorni su Ethica Societas, che offre sul provvedimento uno sguardo critico e riflessivo. È proprio da quella componente riflessiva che vorrei partire per ragionare su quello che il fenomeno racconta della società in cui viviamo.
Iniziamo col mettere in ordine cronologico i fatti.
Il venerdì, migliaia di studenti manifestano per le condizioni della scuola. Il sabato la protesta si allarga al costo della vita e degenera in scontri. La domenica, gruppi di ragazzi per la maggior parte minorenni tornano in centro, sfondano vetrine e saccheggiano negozi e attività commerciali. Oltre duecento persone vengono portate in questura, quasi tutte minorenni. Più che il culmine della protesta, quella domenica sembra un fenomeno diverso, che della protesta ha usato l’occasione.
In questi giorni ho letto di tutto. C’è chi vede dietro i fatti una regia, chi ci legge l’esplosione spontanea di un disagio. Chi invoca la punizione “senza se e senza ma” – espressione che ho sempre trovato divertente, chissà perché. Chi, al contrario, predica l’indulgenza nei confronti di quelli che, in fondo, sono ancora dei ragazzi. Non sono mancati quelli che ricordavano come, negli anni Settanta, persone che sarebbero poi diventate esponenti di primo piano della politica italiana avessero compiuto azioni anche peggiori. C’è, nondimeno, una differenza fra la violenza di allora e quella di oggi, che non riguarda la gravità ma la natura. Negli anni Settanta la violenza politica era incardinata in un’ideologia, aveva un lessico, delle organizzazioni, una teoria dello Stato e del nemico, una strategia che sceglieva i bersagli e pretendeva di giustificarli in nome di un progetto di società. Era, in senso proprio, una violenza strumentale: un mezzo, per quanto aberrante, rivolto a un fine. Quella vista nelle strade di Milano, per quanto è dato sapere oggi, sembra essere una violenza che non rivendica obiettivi, non propone alcun ordine alternativo e trova nella distruzione stessa il proprio significato. Non lo dico per assolvere la prima, sia chiaro: l’ideologia non ha reso quella violenza migliore, l’ha resa semmai sistematica. Dico che si tratta di fenomeni diversi e che metterli sullo stesso piano serve soltanto a non capire né l’uno né l’altro. Né il fatto che qualcuno, allora, vi abbia preso parte e abbia sbagliato dovrebbe renderci meno esigenti nel giudicare ciò che accade adesso.
Io penso che una certa cultura, quella che ha preso il posto delle ideologie, non abbia bisogno di essere capita per esplicare i suoi effetti: lavora sul desiderio e lo spinge oltre il lecito senza passare dal pensiero. Poi, certo, c’è anche la grande baraonda, il gruppo che si esalta, il cellulare che riprende, i social. Ma ridurre tutto a una specie di rave della violenza non mi convince. Sui social ho letto una ragazza che scriveva di essere talmente stanca di lavorare per seicento euro al mese da arrivare quasi a giustificare quei fatti. Non voglio giustificare né assolvere nessuno, ma quella frase e quelle vetrine raccontano, in due registri diversi, la stessa cosa. Da una parte c’è una cultura che produce desiderio e misura il successo dalla capacità di appagarlo. Dall’altra ci sono mezzi legittimi per soddisfarlo distribuiti in modo iniquo. La ragazza dei seicento euro quella distanza riesce ancora a nominarla. I ragazzi di domenica l’hanno sfondata insieme alle vetrine. Due danni con un solo gesto. Il primo, prima o poi, si spera che qualcuno lo ripari. Ma per il secondo – il limite tra il desiderio e il possesso – non c’è indennizzo. E quella ragazza, che pure non ha rotto niente, ci dice che quel limite non si è incrinato soltanto per le strade di Milano, perché accanto a chi ha devastato c’è chi guarda a quei comportamenti con un’indulgenza che nasce da un disagio reale. Anche questo fa parte del quadro e occorre tenerne conto.
Credo che ci sia una questione che continua a sfuggirci. O meglio: la scomponiamo in tanti frammenti, ciascuno affidato allo sguardo di chi se ne intende. Chi studia l’ordine pubblico e le norme che lo tutelano discute il provvedimento da quel punto di vista. Il giurista può sollevare dubbi di costituzionalità. Il sociologo può interrogarsi sulle dinamiche della protesta e dei gruppi.
Sono prospettive tutte legittime ma io, pur non essendo un esperto di scienze sociali, non riesco a non chiedermi anche che cosa porti un ragazzo a scendere in strada, a esaltarsi davanti alla devastazione di un negozio, a considerare normale un comportamento del genere. La risposta sbrigativa – la stupidità – non mi basta. Stupidi lo siamo stati tutti – io, sicuramente – ma non per questo abbiamo tutti distrutto una città.
Le narrazioni faziose – tutte, non soltanto quelle di destra o di sinistra – tendono a semplificare i fenomeni e a renderli funzionali alla propria storia. Lo si è visto anche nelle dichiarazioni istituzionali. Il ministro Zangrillo ha escluso il disagio giovanile e ha parlato soltanto di delinquenza. Crosetto, ministro della difesa, ha evocato una guerra ibrida combattuta attraverso i social. Sono due modi opposti di chiudere la stessa domanda: il primo la consegna al codice penale, il secondo la sposta su un nemico esterno. E non basta aggiungere sedie alla tavola rotonda, se ogni disciplina continua a chiudersi in sé stessa. Bisogna cominciare a guardare il quadro d’insieme.
Un’emergenza di ordine pubblico può esserci. Ma forse, prima e dietro a quella, ce n’è un’altra che potremmo chiamare, usando le parole di Benedetto XVI, emergenza educativa. Se qualcuno ritiene normale quel comportamento, vale la pena domandarsi che cosa sia accaduto prima, quali condizioni lo abbiano reso possibile e quali strumenti abbiamo per capirlo.
Ci sono le dinamiche del branco, del gruppo, della devianza, ma non possiamo fermarci a questo. Dobbiamo chiederci come siamo arrivati fin lì. Non sappiamo ancora chi fossero quei ragazzi, da dove venissero, che vita facessero, ma qualcosa possiamo dirlo, iniziando dall’osservazione del nostro quotidiano, mettendo noi stessi al centro dell’analisi. Quante volte abbiamo rinunciato a prestare attenzione ai nostri figli, a quello che facevano, a ciò che stavano diventando? Non penso che l’educazione significhi sorvegliare i figli ventiquattr’ore su ventiquattro, né che la responsabilità stia tutta dentro casa. Ma anche che niente sia troppo poco. Forse, qualche volta, ciò che manca non è una regola nuova e più severa, ma un po’ di attenzione in più da parte di tutti. Altrimenti, il rischio è quello di essere tutti d’accordo nel dire che Milano è stato l’inizio di qualcosa, ma di non sapere che cosa. O di averne una rappresentazione sbagliata. Ed è questo, più di tutto, a preoccuparmi.
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