Chi mi segue da un po’ e ha letto almeno qualcuno dei miei articoli avrà notato che uso con una certa sistematicità una parola che, a volte, sembra persino fuori posto: nondimeno. È desueta, datata e molto meno familiare all’orecchio del più semplice “tuttavia”. Ma io continuo a usarla ogni volta che posso.
C’è un momento preciso, in cui ho iniziato. Risale una ventina d’anni fa, precisamente al 2002. In quell’anno, su RaiUno passò una miniserie che adorai e adoro tutt’ora: Napoléon, diretta da Yves Simoneau, con Christian Clavier nel ruolo dell’Imperatore Bonaparte.
C’è una scena della quale basta il ricordo a farmi venire i brividi. Napoleone è ormai vicino alla sconfitta nella battaglia di Eylau. Il suo aiutante di campo non osa dirgli apertamente che la battaglia è perduta, lo si intuisce dalle domande che gli rivolge e dal suo atteggiamento. Napoleone, però, non vuole ammetterlo, continua a ripetere “non ho ancora perso.”
Decide allora di tentare un’ultima manovra: lanciare in battaglia la cavalleria di riserva della Grande Armée, guidata da Gioacchino Murat, interpretato da Claudio Amendola – che, a essere sincero, in quel ruolo non mi era piaciuto granché.
La scena, però, è bellissima: una carica di cavalleria ottocentesca, le sciabole sguainate, la corsa dei cavalli, la polvere e il rumore. A un certo punto l’aiutante chiede a Napoleone: “Credete che questo basterà?”.E lui risponde: “No. Ma nondimeno è magnifico”.
Quella parola, in quella circostanza, mi è rimasta impressa.
Credo che un certo peso dovette averlo anche il doppiaggio di Clavier, affidato a quel mostro di Francesco Pannofino. Fatto sta che da allora mi affascina e la infilo nei miei testi ogni volta che ne ho l’occasione. E quando non ne ho una me la procuro. Forse perché riesce a tenere insieme la consapevolezza che qualcosa possa non bastare e, insieme, la possibilità di trovarlo magnifico. O forse perché mi riporta a un personaggio che da ragazzo ho amato follemente, insieme ad altri condottieri dell’antichità come Annibale Barca, Alessandro Magno e Giulio Cesare. Uomini che Khalil Gibran accostava alla peste: di loro, diceva, si parla con entusiastica deferenza, mentre del morbo si parla soltanto con paura e tremiti.
Napoleone Bonaparte. Un tiranno, un uomo che aveva posto al centro di tutto se stesso e la propria ambizione di conquista.
Ma nondimeno un Grande della Storia.
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