Seguo con interesse il dibattito sui rischi dell’intelligenza artificiale. Da una parte si evocano i timori di una possibile rivolta delle macchine, si richiamano i test condotti e resi pubblici, si susseguono dimissioni e proclami allarmistici. Dall’altra leggo le argomentazioni di chi cerca di ridimensionare quei timori e di difendere questi sistemi. Mi colpisce soprattutto il modo in cui se ne discute: la sicurezza con cui si prendono posizione su fenomeni complessi e il rapporto, spesso poco visibile, tra quelle posizioni e le competenze o le fonti che le sostengono.
Di recente ho letto il post di un amico che difendeva l’AI dopo aver assistito a una conferenza in cui un intellettuale ne aveva sostenuto le ragioni. Può darsi che gli argomenti ascoltati fossero validi. A interrogarmi è il passaggio dall’averli ascoltati al farli propri, fino a presentarli come una valutazione personale del fenomeno. Quanto di quel giudizio nasce dall’esame delle ragioni esposte e quanto dalla fiducia riposta in chi le ha formulate?
Di fronte a qualcosa che conosciamo ancora poco, si formano posizioni contrapposte. Da un lato si contesta che i timori siano sostenuti da prove sufficienti. Dall’altro si replica che non lo siano le rassicurazioni. Le tesi si incrociano, ciascuna rivendica la propria solidità e chi la sostiene cerca spesso di convincere gli altri. Il confronto rischia così di diventare un’adesione a uno schieramento, la difesa di una conclusione senza averne valutato le basi, i limiti e le incertezze.
Non è una dinamica che riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. La ritrovo nelle discussioni sull’ambiente, la politica e i conflitti internazionali, quando si pretende di avere più ragione degli altri sulla base dell’adesione, più o meno critica, a una narrazione. Talvolta scegliamo di credere a ciò che sentiamo più vicino e poi confondiamo quella scelta con una conoscenza acquisita.
«Ma io mi informo, studio le fonti».
Ma pensa un po’. Lo fanno anche quelli che non la pensano come te e anche loro sono convinti di avere ragione e che a sbagliare sia tu.
Quindi, come la mettiamo?
La difficoltà di comprendere fino in fondo fenomeni tanto complessi non dovrebbe impedirci di discuterne. Dovrebbe, però, renderci più cauti nel modo in cui lo facciamo. Possiamo affidarci alle competenze altrui, ed è inevitabile. Occorre almeno riconoscere quando il nostro giudizio dipende da quella fiducia e quali aspetti restano fuori dalla nostra comprensione. Senza questa onestà, il confronto rischia di ridursi a una successione di convinzioni contrapposte, ciascuna più certa di quanto le proprie basi consentano.
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