Da qualche tempo ho ripreso a uscire in bici.
Ma la vera novità è che ho un compagno di uscite d’eccezione: nientemeno che mio figlio!
Pedalare insieme a lui, oltre a rendermi orgoglioso, mi ha offerto una possibilità che prima non avevo: farmi fotografare mentre sono in sella. So che a molti può sembrare una sciocchezza, ma il ciclista — soprattutto lo stradista — è un essere molto vanitoso. Se non ci credete, osservatelo mentre si specchia in ogni vetrina che incontra.
Quando ho guardato gli scatti, però, il risultato è stato deludente. Non per le foto in sé — mio figlio ha un occhio per la fotografia che io non ho mai avuto — ma per quello che ci ho visto: i chili che ho preso negli ultimi tre anni. Tre anni in cui ho pedalato poco, mangiato troppo e bevuto più di quanto avrei dovuto. Mi sono lasciato andare, con la disinvoltura e l’autoindulgenza che caratterizzano da sempre le mie derive, compreso tutto l’apparato di giustificazioni che va dai dispiaceri ai problemi, fino ad arrivare a un classico senza tempo: l’età. Come se questa fosse una soluzione capace di chiudere ogni discussione, un’indulgenza buona per assolvere qualsiasi cedimento, pigrizia o eccesso senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Non dico che tutto quello che è successo negli ultimi anni non abbia avuto il suo peso, ma il punto è che gli ho permesso di privarmi di una cosa che a me piaceva moltissimo. A me piaceva vedermi magro sulla bicicletta.
Non sono mai stato uno di quelli forti, ma santo cielo, in sella alla bicicletta sono sempre stato bello da vedere! E mi piaceva anche quello che riuscivo a esprimere attraverso quel corpo: pedalavo con continuità, mi divertivo e riuscivo a fare cose che oggi mi costerebbero molta più fatica.
Così ho deciso che i prossimi sei mesi li investirò su di me. Riprenderò la palestra, tornerò ad allenarmi seriamente in bicicletta e proverò anche a rimettere un po’ d’ordine in quello che mangio e bevo. Sei per cominciare, poi si vedrà. E qui vi chiederei di risparmiarmi i soliti commenti: «Non hai bisogno di fare la dieta», «Ma che ti serve una dieta?». Per me dieta ha sempre voluto dire, prima di tutto, mangiare meglio. Non necessariamente mangiare meno.
Negli ultimi tempi ho ceduto alle bevande zuccherate, agli energy drink, alla birra, al cibo spazzatura. Dal punto di vista della linea sono stato salvato dalle passeggiate con Kyra, sono ingrassato molto meno di quanto avrei potuto e mi sarei meritato. Ma rispetto a prima, sia per il volume di allenamento sia per il tipo di alimentazione, non c’è paragone.
La prima cosa da fare, allora, è riportare la qualità di quello che mangio a un livello compatibile con una vita umana. La difficoltà, per me, non è tanto la fame e nemmeno il confronto quotidiano con la privazione o il sacrificio. Quando comincio a mangiare meglio, bastano pochi giorni perché mi passi la voglia di mangiare come facevo prima. È come se il mio organismo fosse contento del cambiamento e perdesse interesse per tutto ciò che fino a poco prima caratterizzava la mia alimentazione.
Il problema arriva dopo.
Mangiare bene, infatti, richiede tempo e organizzazione.
Mangiare male, o comunque in modo sbilanciato, è più semplice: prendi dalla dispensa la prima cosa che capita e la accompagni con una salsina, un po’ di maionese, un biscotto, qualsiasi cosa. Magari una bella Cola. Per mangiare in modo più equilibrato, invece, serve un minimo di programmazione. Oppure bisogna avere in casa alimenti sani con cui preparare, anche all’ultimo momento, qualcosa di decente.
Così mi sono preparato un piano alimentare, riprendendo più o meno quello che avevo seguito l’ultima volta e che mi ero fatto impostare. È una cosa casalinga, ma dovrebbe essere abbastanza efficace. Vorrei anche provare a ridurre gradualmente il consumo di carne, senza pretendere di cambiare tutto da un giorno all’altro. E ho capito subito che la mattina non posso più sprecare tempo sul telefono: preparare una colazione con fiocchi d’avena cotti nel latte vegetale e albumi strapazzati richiede almeno quindici minuti, tra una cosa e l’altra. Quindici minuti che non posso sprecare sui social.
Anche il pranzo va organizzato.
Se voglio evitare di ritrovarmi con una pizzetta doppia mozzarella o un tramezzino grondante salsa rosa, devo prepararmelo a casa. E questo vuol dire trovare altro tempo, la sera oppure la mattina prima di uscire, quando il tempo è già tirato. Meglio farlo la sera, ma quei dieci minuti finiscono per essere sottratti alle cose che vorrei fare: scrivere, leggere o guardare la televisione.
Uno potrebbe dire che dieci minuti non sono niente. È vero, ma quando si è molto legati al proprio tempo, come lo sono io, anche dieci minuti possono pesare, perché si vorrebbe dedicarli ad altro. Il punto è che anche il tempo dedicato a preparare dei pasti decenti è tempo per te stesso.
Insomma, mangiare meglio richiede organizzazione e tempo.
Lo sto facendo con un po’ di fatica, ma ho intenzione di andare fino in fondo.
Niente foto del prima e del dopo.
Ci rivediamo tra sei mesi. Nel frattempo, beccatevi questa foto con mio figlio e ditemi se non è la cosa più bella che abbiate mai visto su una bicicletta. Vale la pena di fare qualche sacrificio solo per cercare di essere alla sua altezza, anche se so che non lo sarò mai.
MinimiTermini



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