MinimiTermini

Il blog di Oreste Patrone


Quello che resta di te

Sono tornato spesso, in questi anni, sul rapporto con mio padre. Su quello che è successo dopo la sua morte, sul mio rapporto con il denaro, su quanto questo rapporto sia stato influenzato dal suo. Su quanto siamo simili e su quanto, invece, siamo diversi.

Credo dipenda dal fatto che certe questioni della nostra vita non si possono affrontare tutte in una volta. È un po’ come svuotare un vasetto di cioccolata a cucchiaiate. All’inizio è facile: infili il cucchiaio, lo tiri fuori pieno e hai la sensazione di avere ottenuto tanto con uno sforzo minimo. Poi, però, diventa più difficile. Devi cominciare a cercare negli angoli, nei punti meno accessibili. Devi inclinare il vasetto, girarlo, raschiare le pareti. E alla fine, per quanto ti impegni, qualcosa rimane sempre attaccato.

Puoi infilarci le dita (l’abbiamo fatto tutti, nei momenti di disperazione). Tuttavia il punto è che, più ti accanisci a togliere i residui, più lo sforzo aumenta mentre quello che riesci a recuperare diventa sempre meno.

Forse arriva un momento in cui bisogna chiedersi se ne valga ancora la pena. Non perché quello che rimane non sia importante. Al contrario: forse qualcosa deve rimanere attaccato alle pareti.

Mio padre è anche questo: una parte di me che non posso eliminare. Non c’è elaborazione, non c’è comprensione abbastanza profonda da poter cancellare il fatto che io venga anche da lui. Non voglio negare quella parte, voglio comprenderla. Capire dove finisce lui e dove comincio io, ammesso che un confine così netto esista davvero.

Forse parlerò ancora di lui, anzi sicuramente lo farò. Forse c’è ancora parecchio da tirare fuori senza arrivare a raschiare le pareti, perché ogni volta che riesco a farlo mi sento un po’ meglio. Ogni volta qualcosa diventa più preciso, più chiaro. Ma soprattutto più mio. Così comincio a pensare che tutto questo lavoro non serva, in fondo, a capire meglio lui. Che non sia mai servito a questo.

Forse, cucchiaiata dopo cucchiaiata, sto semplicemente cercando di capire un po’ meglio me stesso. E ad accettare che qualcosa di lui, sulle mie pareti, rimarrà sempre. Per fortuna.

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