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Il blog di Oreste Patrone


Al di qua dell’Isonzo

Da tempo mi domando cosa significhi appartenere a un luogo, sempre ammesso che significhi qualcosa. Sono nato a Gorizia, ma sono cresciuto a Farra d’Isonzo da genitori napoletani. Non mi sento di Farra: ci sono cresciuto, ma questo non basta. Non mi sento nemmeno di Gorizia, dove pure vivo da vent’anni. Mi manca quella profondità che sperimentano le persone cresciute insieme nello stesso luogo. Quelle che hanno fatto lì le scuole, che si conoscono da sempre, che accanto alle amicizie portano con sé anche una trama intera di conoscenze e legami più superficiali.

Forse è una condizione comune a chi è cresciuto trapiantato. 
Per quanto sia nato a Gorizia, sono figlio di genitori nati altrove, che qui non avevano radici. Sono la continuazione di quel trapianto, più che un’espressione spontanea di questi luoghi. Luoghi che pure mi hanno plasmato, ma partendo da una materia emotiva, linguistica, culturale e affettiva diversa. A casa mia si ascoltava musica diversa, i miei parlavano un’altra lingua, mangiavamo cose che i miei compagni non conoscevano. Ricordo ancora la prima volta che andai a pranzo a casa di uno di loro e sua madre mi propose come ragù quello che per noi era la bolognese. Non voglio dire che fu traumatico — per un piatto di pasta non credo che nessuno sia mai finito dallo psicologo — solo che eravamo un’altra cosa e questa diversità veniva fuori nei momenti più disparati. A scuola, per esempio, dove i miei compagni usavano il righello e io il metro. Noi non andavamo a Cormòns, andavamo a Còrmons.

La mia stessa appartenenza alla città di Gorizia è più concettuale che geografica. Ci abito, la frequento, ma resto sempre un po’ in superficie e, soprattutto, in disparte rispetto alle sue dinamiche. Anche perché, a essere onesti, non è che io faccia granché per frequentare la gente. Dico spesso che vivo male l’idea di andare oltre l’Isonzo. Non credo più che dipenda da Gorizia in sé, ma da me stesso, che senza accorgermene ho trasformato il fiume in una linea di contenimento. Da una parte ciò che bene o male conosco, dall’altra tutto il resto: quel mondo vasto nel quale potrei perdermi perché non ho radici che mi trattengano. 

Forse un giorno lo attraverserò, l’Isonzo. Non con il corpo, quello sono costretto a farlo spesso, ma con tutto me stesso, pensiero compreso. Lascerò di qua le mie paure e porterò dall’altra parte una domanda — che ci faccio qui? — insieme alla speranza di trovare, da qualche parte, una risposta. E se la trovo, prometto che ci scrivo un articolo.

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5 risposte a “Al di qua dell’Isonzo”

  1. Avatar optimistic067d023c14
    optimistic067d023c14

    Sradicati lo siamo un po’ tutti da queste parti… Il Goriziano non esiste e non è mai esistito, un po’ friulano, un po’ austriaco, un po’ giuliano, un po’ terrone: è un gran casino.

    Ricordo ancora il sollievo provato alle elementari, scoprendo la fortuna di poter mangiare ogni giorno i “maccheroni” al sugo (che poi era il termine usato per ogni tipo di pasta, indifferentemente), mentre i miei compagni si nutrivano di minestre e minestroni. Qualcosa che se compariva sulla nostra tavola mio padre la rifiutava sdegnato, dicendo: “questa se la mangiano i goriziani”…

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    1. Dici bene, sradicati lo siamo un po’ tutti. Ma le radici alcune se le inventano, più solide e più antiche delle tue, perché per alcuni è importante essere il prima che arrivassi tu.

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  2. Io ti capisco, non sai quanto. Figlia di emigranti all’estero, di due regioni diverse, quindi poco tedesco e poco italiano. Hanno girato quasi tutto il nord Italia a nord del Fiume Po. Sin da piccola io ero sempre “fuori luogo” secondo i miei compagni di scuola, estranea, figlia di poveracci. Solo la città dove mi sono laureata mi ha accolto, ma l’ho lasciata, per amore di mia madre, tornata in Friuli vedova dopo cinquanta anni di lontananza e soprattutto per amore di chi amo, prendendo la residenza nella tua stessa Regione.

    Non dico mai “sono di *********” dico sempre “abito a **********”. Qualcuno se ne è accorto, pochi in verità, e mi hanno chiesto perché.

    Ho risposto che, visto il perenne nomadismo dei miei genitori, non riesco a sentirmi parte di nulla.

    Una volta ci soffrivo, ora non più. Per sentirmi parte di qualcosa ci vuole corresponsione di amorosi sensi.

    Forse siamo più moderni di chi resta avvitato a memorie di luoghi non più esistenti. Dopo la seconda guerra mondiale, siamo stati tutti “bonificati” e queste bonifiche hanno contribuito a eliminare qualsiasi traccia di “luogo”.

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    1. Che bel commento, grazie!
      Eppure ti confesso che a volte, magari nei momenti di incertezza, un po’ mi piacerebbe avere un luogo in cui “avvitarmi”.

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  3. Sei “giovane”, hai speranze di avvitamento. Tre lustri oltre, probabilmente, non ti importerà nulla. E chissà che cosa ci aspetta tra quindici anni. I migranti, sradicati, ex avvitati a luoghi crudeli, saranno la stragrande maggioranza. Gli avvitati saranno esiziali.

    Quando ero molto giovane, mi facevano sentire, con molta ottusa ignoranza, quanto io fossi la “diversa”, l”‘estranea”, il cerchio tra i quadrati.

    Stavo malissimo, facevo sforzi per diventare quadrato, con scarsi risultati.

    Quegli sforzi, poi diventati solo mere speranze, mi hanno fatto comprendere l’inutilità dei medesimi.

    Poi, adesso, basta poco per fare parte di un clan, e ancora meno per cambiare clan…rendendosi palese l’inutile sforzo per entrare in un clan.

    Tu fai parte di quelli che amano il luogo dove sono nati, e ne amano quel Fiume che è parte della Storia d’Europa. Dodici sanguinose battaglie nella prima guerra mondiale, il verde smeraldo si tinse di rosso. È un Fiume bellissimo, passerei ore a guardarlo e ascoltarlo.

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