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Il blog di Oreste Patrone


Il prestigio senza il peso

Ho notato che i Mondiali di calcio hanno un curioso effetto sociale. Quando gioca la Nazionale, in particolare, ogni italiano diventa un commissario tecnico che non ce l’ha fatta. Quest’anno il fenomeno è attenuato perché l’Italia non si è qualificata, ma il meccanismo resta. E, a pensarci bene, non riguarda solo il calcio.

Viviamo in un tempo in cui è diffusa l’aspirazione a essere altro e di più. Di parlare come un politico senza avere mai affrontato il confronto con un elettorato. Come un imprenditore ma senza aver mai aperto una partita IVA. Come un magistrato senza aver mai pronunciato una sentenza. O, appunto, come un allenatore senza aver mai guidato una squadra.
Non credo che questo dipenda soltanto dall’arroganza. Credo, piuttosto, che nasca anche dal desiderio di appartenere alla cerchia esclusiva di coloro che sono legittimati a parlare di un certo argomento. Essere, almeno per qualche minuto, uno di loro.
C’è però una differenza importante tra chi occupa davvero certi ruoli e chi li osserva dall’esterno. È la responsabilità.

La responsabilità cambia il modo in cui si guarda il mondo. Ti costringe a misurare le conseguenze delle tue decisioni. Impone prudenza. Ti obbliga a considerare variabili che, viste da fuori, nemmeno avresti preso in considerazione. È facile criticare le scelte di un’impresa quando non si è mai dovuto far quadrare un bilancio o non si è mai dovuto affrontare le insidie dei mercati. È facile spiegare come si governa un Comune quando non si è mai dovuto affrontare una platea infuriata per una pista ciclabile. È facile parlare di ambiente senza avere sulle spalle il peso di un’autorizzazione o di un processo decisionale che coinvolge interessi spesso inconciliabili.

Un giornalista, quando esprime un giudizio, si assume una responsabilità. Firma ciò che scrive e ne risponde professionalmente e, nei casi peggiori, anche davanti a un giudice. Non è la stessa cosa che commentare a caso da un divano, sulle pagine di un social network, magari facendosi scudo di un nickname. Forse è questo che dimentichiamo talvolta, che chi conosce il peso delle decisioni sa quanto sia difficile prendere quella giusta. E allora, forse, dovremmo recuperare proprio la lezione dei Mondiali. Se non siamo disposti ad allenare una squadra, ad accettarne le sconfitte, le critiche, le pressioni e la responsabilità delle scelte, forse dovremmo limitarci a fare gli spettatori. Possiamo dire che una partita ci è piaciuta oppure no, che avremmo sperato in un risultato diverso, persino discutere delle emozioni che ci ha lasciato. Ma quando trasformiamo il dissenso in una condanna, quando giudichiamo con tanto durezza l’operato di chi porta sulle proprie spalle il peso di quella responsabilità, forse stiamo raccontando qualcosa di molto più interessante su noi stessi che non sulla persona che stiamo criticando.

La libertà è una cosa bellissima. Essa garantisce a chiunque il diritto sacrosanto di alzarsi in piedi ed esprimere la propria opinione su qualsiasi cosa. Esiste, tuttavia, un limite che negli ultimi decenni abbiamo tragicamente smarrito sul fondo del dibattito pubblico: la libertà di parola non è, e non sarà mai, una patente di competenza. Il semplice fatto che la Costituzione ci permetta di dire qualunque cosa, più o meno, non si traduce automaticamente in autorevolezza, né fa di noi degli esperti.

A capire questa differenza fondamentale non ci hanno sicuramente aiutato anni di pessima televisione. Per troppo tempo i palinsesti sono stati dominati da situazioni costruite ad arte in cui personaggi discutibili venivano invitati a litigare su temi complessi, urlando senza avere la minima idea di cosa stessero dicendo. Questa narrazione mediatica distorta ha finito per legittimare una pericolosa falsa equivalenza tra l’opinione improvvisata dell’uomo della strada e quella qualificata di uno specialista. Lo spettacolo della rissa ha sostituito il valore dell’approfondimento, creando un’arena dove non vince chi sa, ma chi grida più forte.

In questi tempi in cui tutti sembrano tanto impazienti di prendere la parola, il gesto più controcorrente potrebbe essere proprio quello di cederla a chi, prima di parlare, ha accettato il peso della responsabilità che le parole comportano.

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Una risposta a “Il prestigio senza il peso”

  1. Dalle scene disgustose del “Maurizio Costanzo Show” dove un emerito imbecille era messo a confronto con l’esperto in materia, con il triste risultato che l’esperto era imbarazzato e tu, pubblico, non imparavi nulla, agli attuali social pervasi da “influencer” che hanno portato morte e distruzione semplicemente per mode passeggere che hanno fatto tabula rasa di delicate economie del terzo mondo e anche del primo (luoghi ameni fotografati con filtri che li modificavano, cibi fondamentali per esiziali tribù che li mantenevano come pure mantenevano il loro fragile ecosistema divenuto luogo inabitabile per le distorsioni di mercato provocate).

    Diventare “influencer” senza studiare, senza faticare, senza nulla alle spalle se non la capacità demoniaca di usare un mezzo – la rete- che è esso stesso, per menti deboli senza capacità cognitive, anarchicamente ingestibile, con effetti sul medio e lungo periodo ancora da scoprire. Prima si soleva chiamare questi individui “calciatori e veline”.

    Chi, come noi, ha dovuto sudare alla Vittorio Alfieri alla ​“Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” sa quanto duro sia scrivere una frase o una nota e sa, che le opinioni, che la democrazia vuole preservare, non possono essere solo frutto di emozioni o/e di esperienza ma devono discendere da un tragitto che parta dai fatti – Pirandello diceva i fatti da soli sono vuoti – passi per i concetti, seguito dai giudizi e allora sono opinioni robuste.

    Grande responsabilità è dunque di chi dovrebbe descrivere i fatti, i giornalisti. Purtroppo anche lì “tengono famiglia”…e sempre più la loro famiglia nucleare è indirizzata al tragico modello della “famiglia amorale”.

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